Etichetta: Arctic Poppy
Tracce: 34 – Durata: 126:27
Genere: Pop Rock
Voto: 6/10

Un album tributo dedicato ad un autore come Paul McCartney non poteva certo essere limitato ad un solo CD. Così la versione standard di The Art of McCartney si presenta come un doppio album ma in commercio ci sono anche edizioni più ricche che arrivano fino a 3 CD+DVD. Il gioco, d’altronde, prevede che il maestro inglese della pop music venga tributato considerando la sua carriera completa, inclusi The Beatles e Wings. Mica robetta. A contribuire sono intervenuti nomi straordinari, quasi tutti provenienti dalla vecchia scuola e questa è la prima pecca di una raccolta che, se avesse coinvolto anche qualche nome più “fresco” avrebbe potuto apparire molto più ghiotta. Ma, tranquilli: ce n’è comunque per tutti i gusti e se da sola Things we Said Today rifatta da Bob Dylan vale il prezzo del biglietto, di sicuro non mancherà di incuriosire la Hallo Goodbye resa da The Cure con l’erede James McCartney in veste di ospite voce+tastiera. 
Di sicuro, forse a causa del timore di infrangere troppo l’equilibrio che le canzoni del maestro Paul hanno intrinsecamente, nessuno ha osato troppo e, in linea generale, si ascoltano cover che poco aggiungono alle registrazioni storiche. 
È una bella compilation e, a salvare gli interpreti dall’effetto karaoke, è unicamente la generale personalità vocale. Barry Gibb, per dire, non ha fatto nemmeno lo sforzo di provare a inserire una variazione a When I’m 64 e la ripresenta così, tale e quale a quella che George Martin aveva arrangiato per Pepper. Lo stesso si può dire di Helter Skelter via Roger Daltrey o di Live and Let Live vestita da Billy Joel.
Certo osare troppo, quando si hanno per le mani pezzi di musica leggera praticamente perfetti, deve sembrare irriverente, così è successo che nessuno se l’è sentita di fare lo sbruffone e, mediamente, ci si trova ad ascoltare brani senza particolari guizzi creativi. Pensate che Perfino Chrissie Hynde non è riuscita a rinnovare Let it Be anche se, a pensarci bene, avrebbe avuto possibilità di ringiovanirla parecchio. E invece no: tutto come sullo spartito del 1969, controcanti, assolo di chitarra e tappeto di organo Hammond inclusi. Il top è raggiunto da un Perry Farrel che, se sulla carta appariva come l’unico che avrebbe potuto sconvolgere un po’ il copione, si lascia intimorire quanto gli altri e lascia integra Got to Get You Into my Life. Insomma, inutile che li sto a citare tutti, per ognuno vale lo stesso discorso, a dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che quando si scrive un “classico”, la miglior cosa che si può fare è lasciarlo intatto.