Etichetta: Sub Pop
Tracce: 10 – Durata: 32:17
Genere: Rock
Voto: 7/10

A giudicare da quello che si legge in giro, il 2015 sarà un anno in cui torneranno a materializzarsi molte band del passato, colte da una irrefrenabile vena creativa. Che il primo dato sia certamente vero (The Pop Group, Gang of Four, Mad Season…) il secondo è tutto da vedere. Sicuramente il nuovo disco delle Sleater Kinney distante dieci anni dal precedente), più che mostrare una rinnovata creatività, punta a svelare una esemplare capacità di esprimersi con un linguaggio che è, oggi come ieri, decisamente peculiare e riconducibile esclusivamente al trio di Olympia.
Le tre ragazze (Corin Tucker, Carrie Brownstein, e Janet Weiss) hanno fatto tesoro del parziale fallimento dell’ultimo lavoro (The Woods, 2005) in cui avevano tentato di alleggerire il sound in favore del reclutamento di pubbllico più vasto, tornando più decisamente sui passi dei loro primi lavori, presentando un rock dalle caratteristiche vagamente sperimentali e con un personalissimo dosaggio di elaborazioni classiche (nel senso di Rock Classico).
La cosa pregevole, in questo nuovo No Cites to Love, è che nonostante questo, le tre ragazze hanno saputo rinvigorire la propria cifra, amplificando alcune caratteristiche mutuandole al gusto del pubblico più giovane.
Non deve essere sottovalutato il fatto che Sleater Kinney stanno lavorando a questo disco da molto tempo (i lavori sono iniziati già nel 2012) con lo scopo di ottenere un prodotto che possa essere effettivamente competitivo nel marasma di un mercato che oggi è sicuramente più ostico di dieci anni fa. Se generalmente una gestazione così lunga finisce per risultare controproducente, bisogna riconoscere che non è questo il caso. Le tre signore appaiono fresche e concrete e i pezzi dell’album sapranno fare la loro bella figura, a fianco di quelle più rilevanti della precedente produzione, nelle scalette dei concerti.
Buffa ma interessante la collaborazione con la regista e autrice Miranda July, alla quale le Sleater Kinney hanno chiesto di girare e interpretare il video del primo singolo, Bury Our Friends, pezzo ben scelto nel pacchetto di dieci, che rappresenta perfettamente l’umore generale dell’album.

Come è facile immaginare, non è questo il disco che cambierà la storia della musica pop ma devono essere comunque scansati i pregiudizi perché si tratta di un lavoro dignitoso, fatto di suoni brillanti e di una ruvidità di fondo che rende inattaccabile la natura di una band che, apparentemente, ha ancora qualche carta da giocare.