Sebbene sia solitamente usato per definire la musica da discoteca italiana degli anni ’80, ad inventare il termine Italo Disco fu, curiosamente, il tedesco Bernhard Mikulski (boss della ZYK Music) negli anni ’70. Lo usò per  quella musica da ballo che, prodotta nel nostro Paese, veniva esportata con eccellenti riscontri. Macho, D.D.Sound/LaBionda, Peter Jacques Band e Gepy&Gepy, per fare alcuni esempi, erano prodotti realizzati per accontentare il pubblico delle discoteche ma pensati principalmente per l’estero. Nel giro di poco tempo la reputazione degli italiani, in materia di musica Disco, divenne ottima e i Disc Jockey di tutto il mondo selezionavano sempre più dischi prodotti in Italia. Il fenomeno fu talmente rilevante che artisti solitamente dediti ad altre derive musicali, si concessero incursioni nella musica da ballo per tentare la carta internazionale. Marcella Bella virò il suo repertorio verso brani dalla prominente cassa in quattro (Nessuno mai, la cover di Resta cù mmè), Tony Renis reincise la sua Quando Quando Quando in una nuova versione ballabile (Disco Quando) e Bobby Solo realizzò un maxi single con un arrangiamento Disco di Una lacrima sul viso che gli consentì di godere di un piccolo rilancio commerciale in un momento di calo di popolarità.
Verso la fine degli anni ’70, il fenomeno della Disco Music (quella classica americana) cominciava a spegnersi e la musica da ballo stava sperimentando nuove soluzioni che fossero in linea con le novità del post-punk. L’elettronica applicata alla musica stava vivendo un momento di grazia, senza contare che tastiere, automatismi  e drum machine consentivano di realizzare musica Dance (questo il termine che venne scelto per soppiantare “Disco”) in modo esile e immediato oltre che risultare particolarmente preciso a livello di bpm, caratteristica molto apprezzata dai DJs che eseguivano i missaggi sulla battuta. 

All’inizio degli anni ’80, in seguito all’esplosione del synth-pop inglese, alcuni giovani produttori italiani diedero vita ad una scena fortemente connotata che, in pochi mesi, si consolidò come un vero e proprio fenomeno di costume, ampiamente apprezzato anche all’estero. Si tratta di una sterminata produzione di 12″ realizzati in sala di incisione ed attribuiti a cantanti il più delle volte inesistenti (Joe Yellow, Savage, Ryan ParisGary Low, Valerie Dore ecc…) ai quali veniva associato un “figurante” nel caso si presentasse la necessità di fare qualche apparizione TV. Se inizialmente il problema non si poneva, trattandosi di un fenomeno legato unicamente alle consolle dei Disc-Jockey, pian piano divenne una pratica necessaria, dal momento che alcune canzoni che erano riuscite a travalicare il limite delle piste da ballo per diventare dei successi pop veri e propri, necessitavano di passaggi televisivi in trasmissioni come Popcorn (Canale 5) e Discoring (Rai). Anche la Baby Records, etichetta indipendente milanese con un catalogo easy-listening nazional-popolare fatto di Ricchi e Poveri, Pupo, Rondò Veneziano e Stephen Shlacks, scelse di adeguarsi al fenomeno producendo i dischi del giovane romano Paul Mazzolini che, con lo pseudonimo Gazebo, realizzò alcuni singoli di grande successo e un album da Top10 nelle classifiche di mezza Europa.
Il merito del successo della Italo Disco, in buona parte, è dovuto alle radio private (in Italia in particolare Radio DeeJay) che si specializzarono nella diffusione della musica da discoteca. Claudio Cecchetto, che a quei tempi era a capo dell’emittente milanese, finì per diventarne un simbolo, tanto che il brand della sua radio divenne popolarissimo e generò anche una famosissima trasmissione televisiva chiamata DeeJay Television, volta a promuovere e segnalare le nuove uscite (non solo italiane) legate al mondo della musica da discoteca. In seguito a questi consensi, anche Cecchetto s’imbarcò nell’attività di produttore e, a partire dal 1983  realizzò successi discografici affidati a (tra gli altri) Sandy Marton, Via Verdi, Tracy Spencer, Taffy, Tipinifini e (soprattutto) 883 e un giovane Jovanotti.
Congiuntamente al coinvolgimento di Cecchetto (e dei suoi popolarissimi mezzi di diffusione) il genere Italo Disco divenne presto un sistema molto remunerativo. Probabilmente si tratta dell’ultimo grande fenomeno discografico italiano.
Stilisticamente si presenta con poche caratteristiche ma molto riconoscibili. Generalmente il ritmo è binario, suonato da una batteria elettronica (le più utilizzate sono la Linn e la Drumulator) impostate su una velocità che varia tra i 90 e i 120 bpm, spesso associata a un “clap” in levare su una struttura in 4/4. La linea di basso, sempre elettronica e gestita da un sequencer Prophet 5 e Jupiter 8, che in molti casi costruisce l’ambiente melodico principale, accompagna la melodia vocale tipicamente contrappuntata da inserimenti di effetti elettronici e, in sottofondo, un tappeto di tastiere (nei primi anni era un OBX-a Oberheim, in seguito una DX7 Yamaha) ad enfatizzare le parti più importanti come il ritornello. Testi sempre in inglese (in genere molto elementare con qualche discesa verso il maccheronico) con rarissime eccezioni in italiano (Righeira, Gruppo Italiano, Diana Est…).
La scena diventò presto sovraffollata e l’interesse per il genere, seppure fondamentale ispirazione per molti artisti internazioneli, cominciò ad affievolirsi soppiantato da generi come l’Hip-Hop, il Rap e la House verso i quali si era indirizzato l’interesse dei Disc Jockey a partire dalla seconda metà degli anni 80.
Band come New Order, Daft Punk e Pet Shop Boys hanno spesso dichiarato di avere avuto molte ispirazioni dai prodotti Italo Disco.
Gli anni ’90 videro un enorme rilancio della nostra musica da ballo, con personaggi come Gigi D’Agostino, Benny Benassi e Claudio Coccoluto i quali, però, adeguandosi al trend internazionale, puntavano maggiormente sulla figura del producer/DJ con pubblicazioni più ambiziose e che in qualche occasione hanno deliberatamente preso le distanze dalle produzioni del passato, lasciando che il termine Italo Disco rimanesse legato alla corrente degli anni ’80.

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