Nel 1967 un certo Brian Jarvis inventò un piccolo strumento musicale destinato principalmente al mercato dei giocattoli. Lo chiamò Stylophone ed era un dispositivo che emetteva note musicali, basandosi sulla configurazione di due ottave e mezzo di pianoforte riprodotta su una scheda elettronica che riproduceva le note a contatto con una penna metallica (da cui il nome) collegata alla scheda interna. Ogni settore della “tastiera” (ogni tasto) riporta a un oscillatore a bassa tensione attraverso un resistore che, a contatto con lo stilo, genera un suono. Gli unici controlli sullo Stilofono (così lo chiamavano in Italia) erano: un interruttore ON/OFF e un vibrato sul pannello frontale e un trimmer per l’accordatura sul retro.
Una stima approssimativa delle vendite del modello originale prodotto dalla  Dübreq tra il 1967 e il 1972, s’aggira attorno a tre milioni di esemplari venduti. Un numero che parla immediatamente chiaro: Stylophone uscì dai ranghi del mercato per bambini per approdare in quello degli strumenti musicali. Dopo che alcuni musicisti decisero di utilizzarlo in concerto o sui dischi, la Dübreq mise in commercio diversi modelli: c’era la versione Standard (la più famosa), la Bass (Utilizzata dai Kraftwerk nell’album ComputerWorld) e la Treble (immortalata su Space Oddity di David Bowie) più un modello più lussuoso, chiamato 350S con due stilo, una tastiera più ampia, un commutatore per utilizzare la modalità Bass o quella Treble e un effetto wahwah comandato da un innovativo fotosensore.
Stylophone uscì di produzione nel 1975, soppiantato da oggetti tecnologicamente più avanzati. La Dübreq rimase in attività producendo altri dispositivi e giocattoli tecnologicamente avanzati prima di chiudere i battenti nel 1980. 
Da quando ha preso la sua laurea in design, Ben Jarvis, figlio di Brian, ha cominciato a pensare a un restyling dell’oggetto inventato dal padre e una trasmissione televisiva del 2002 in cui David Bowie, in promozione per l’album Heaten, parlava con entusiasmo dello Stylophone in prima serata con Jonathan Ross, lo convinsero che i tempi erano maturi per tentare un rilancio. Nel gennaio del 2003, dopo averne parlato col padre e con il suo storico collega Burt Coleman, Ben Jarvis convinse un amico (James McFarlane) a rimettere in commercio lo Stilofono, recuperando i brevetti originali Dübreq ed analizzando la possibilità di progettarne una versione moderna, con tecnologie avanzate e digitali, ma l’impresa si rivelò più impegnativa del previsto.
Sebbene fossero stati realizzati dei prototipi e ci fosse un accordo con una grossa produttrice di giocattoli per abbinare la produzione con videogiochi e altro merchandising a tema, il progetto non venne mai avviato a causa di un budget troppo elevato. Nel 2006 Jarvis sembrava sul punto di mettere la parola fine al suo progetto salvo poi, su consiglio dell’azienda, tentare una strada che si rivelò vincente: mettere in commercio una replica dello Stylophone, con il “case”, le caratteristiche e la tecnologia del modello originale in modo da riaccendere la curiosità attorno allo strumento per poi, con le vendite, finanziare il progetto per la nuova versione. Tra il 2007 e il 2009 la replica dello Stylophone ha venduto circa 250 mila pezzi diventando uno dei prodotti di maggior successo del nuovo millennio.

Nel 2009 gli venne abbinata anche la Stylophone Beatbox, una sorta di batteria elettronica che crea loop ritmici in linea con lo Stilofono.
Assurto ufficialmente a oggetto musicale di culto, come dimostra anche un piccolo catalogo di merchandising ad esso ispirato, Stylophone fa ancora oggi capolino tra la strumentazione delle band più trendy. Dal 2012 il marchio è di nuovo associato a quello Dübreq ed è stato annunciato il lancio sia della famosa versione “moderna” denominata Stylophone S2 (nella foto sotto) che di Stylophonic PRO, settore aziendale diretto alla produzione di strumenti professionali come sintetizzatori, batterie, sequencer e tastiere elettroniche.