Etichetta: Bella Union
Tracce: 11 – Durata: 44:21
Genere: Pop, Folk
Voto: 8/10

Giunge al secondo capitolo la brillante esperienza post Fleet Foxes di Joshua Tillman sotto le mentite spoglie di Father John Misty. L’autore, questa volta, porta a compimento un album assai gradevole, fatto di musica leggera (ma così leggera che ci fa sognare) che trova sempre il modo di apparire interessante allontanandosi dalle banalità della musica da radio commerciale.
I Love You, Honeybear è un disco che si esprime in maniera colloquiale. Tillman lo usa come fosse un (suo) romanzo per mettere in piazza, con garbo e ironia, alcune sue vicende personali facendoci commuovere ma anche spesso sorridere, rendendoci complici di momenti quotidiani che ci fanno sentire sovente in empatia. Il tutto servito con moduli musicali tipici della canzone classica, fatta di ritornelli accattivanti che ti si piazzano in testa con sublime lievità.
Per certi versi ripercorre uno stile simile a quello del suo compagno di scuderia John Grant, completando l’arte della scrittura musicale con una esemplare capacità narrativa. Facile farsi venire in mente esempi storici per questo tipo di canzone (dagli eterni Beatles fino agli Elbow, passando per Simon & Garfunkel e Billy Bragg) con gli sforzi espressivi concentrati sul suo personale vissuto. Le undici canzoni del pacchetto hanno tutte una direzione emozionale chiara e la capacità dell’autore, di renderle coese e fulminanti, ha qualcosa di sorprendente, come se si trattasse di una compilation a tema o, come già espresso, delle pagine di un libro.
La slide guitar di When You’re Smiling and Astride Me riesce a mettere le fondamenta per un brano che crea all’istante un mondo a parte, dimenticandosi delle derivazioni più lampanti (George Herrison?). Lo stesso succede col blues rimaneggiato di Nothing Godd Ever Happens at The Goddamn Thirsty Crow che dapprima sembra un esercizio di stile ma che velocemente si tramuta in un momento da musical gotico, a metà strada tra Bill Withers e i Midlake.
All’amara dolcezza di Bored in The USA ci si affeziona subito, fin dalle prime note di pianoforte che ci coccolano come se fossimo al cospetto di un classico di Elton John e che pian piano ci devastano lasciandoci al cospetto di una ballata dalle assennate riflessioni.
Niente di innovativo o rivoluzionario, solo grandi canzoni d’impianto acustico pronte per diventare undici nuovi classici.
La versione analogica è in doppio album, con vinile colorato.