Etichetta: Merge
Tracce: 8 – Durata: 27:15
Genere: Pop Rock
Voto: 8/10

Di certo va premiato il coraggio di Will Butler di spingersi su territori così lontani da quelli in cui generalmente sui muove con Arcade Fire. Policy, il suo debutto da solista (il quale, a quanto ci è dato sapere, non sancisce in alcun modo lo scioglimento della band) è un lavoro molto diretto e stilisticamente molto americano (con varie eccezioni) nel quale decide di mettere in mostra alcune delle sue più marcate ispirazioni. Dai Velvet Underground a Jonathan Richman per arrivare a Elvis Presley attraverso The Magnetic Fields ci sono tutti quelli che sembrano i suoi maestri, omaggiati con una cifra stilistica personale e convincente. Naturalmente è inevitabile sentire dietro le quinte uno degli artefici del sound Arcade Fire ma lo sforzo di mantenere tutto sotto il profilo viscerale del Rock, anche quando si cimenta con il sacro fuoco della ballad, rende tutto molto curioso, anche alla luce degli eccessi elettronici di Reflektor.
Qui ci sono i sassofoni imbizzarriti dei Roxy Music (Witness), le ritmiche dinoccolate dei Violent Femmes (Son of God) e le sinuose melodie care al Beck di Mellow Gold con un retrogusto beatlesiano -anzi lennoniano- che non guasta mai (Finish What I Started).
Per certi versi si rimane spiazzati allo stesso modo in cui lo rimanemmo quando scoprimmo la vena rockabilly di Alan Vega al suo esordio post Suicide. Qui, però, si va un po’ oltre perché il buon Butler aggiunge un tocco di classe al buon gusto, proponendo brani di breve durata per un album che non arriva alla mezz’ora in totale. E non pensate che sia un difetto: queste otto canzoni hanno il dono della sintesi e un perfetto senso della misura. Non si capisce molto bene quanta ironia ci sia dietro ma anche questo, a ben vedere, è un plus valore. Will gioca e si impone, vagheggia con intelligenza tra il “ci è” e il “ci fa” lasciandoci in balia di ritornelli indie-rock di formidabile qualità. Non si sentono particolari “lezioni” e in qualche occasione l’effetto “provino” è talmente evidente da lasciarci ad ascoltare con sguardo interrogativo. Come fosse un momento liberatorio prima ancora che un progetto vero e proprio.
La cosa che conta è che è divertente da ascoltare, sia quando crede di essere i Talking Heads suonati da The Lounge Lizards (Something’s Coming), sia quando tenta di riscrivere My Generation di The Who (Take my Side) e perfino quando sembra morso da un Lou Reed radioattivo (Sing to me).
Gli amanti del Rock sanguigno andranno in brodo di giuggiole, i fan degli Arcade Fire forse no. Grande mossa.