La band dei Rockets, famosa in Francia con l’articolo anteposto al nome, Les Rockets, è stata spesso oggetto di scherno per le scelte eccentriche legate al look: si presentavano col capo completamente rasato e ricoperti da una eccentrica crema argentata e con costumi altrettanto argentei dalle fogge fantascientifiche. Dediti a un Pop Rock dalle forti connotazioni elettroniche (al limite del kitsch) avevano, in realtà interessanti capacità esecutive. Il bassista Gérard LHer fu un notevole innovatore, capace di allestire giri armonici molto complicati, che abbinavano la marzialità del Kraut Rock con le svisate tipiche del Funky, donando al sound della band il “tiro” dance che fece la fortuna della loro musica. L’altro personaggio fondamentale è sicuramente il tastierista Fabrice Quagliotti, artefice degli affetti spaziali che caratterizzavano i loro album ma non sono da meno neanche gli altri tre elementi: il cantante Christian Le Bartz, il chitarrista Alain Maratrat e il batterista Alain Groetzinger che in diverse maniere rappresentavano l’anima Rock dei Rockets. Il primo produttore del gruppo,  Claude Lemoine, fu comunque la figura fondamentale che ne decise praticamente l’immagine e il sound a tavolino.
Lemoine li vide esibirsi in un piccolo club e li trovò fantastici. All’epoca non si chiamavano ancora Rockets e suonavano per lo più brani di Hard Rock classico, dai Led Zeppelin ai Deep Purple e decise di propor loro di incarnare la sua idea di Rock Spaziale e futurista. Nel 1975 li portò in studio e iniziò i lavori per il primo eponimo album che sarebbe uscito nel corso dello stesso anno (un anno più tardi in Italia). Il disco conteneva una canzone dalle forti potenzialità commerciali (Future Woman) che venne scelta per l’uscita su singolo associata, nella facciata B, alla cover in versione Spaziale di Apache degli Shadows che piacque moltissimo ai DJ delle prime radio private che “giravano” il disco molto spesso.
Questo sorprendente riscontro convinse i Rockets a puntare su una cover quando arrivò il momento di registrare e promuovere il secondo album e la scelta cadde su una versione di On The Road Again dei Canned Heat, snaturata in maniera molto efficace e divertente al punto che finì col piacere anche ai puristi del Rock che non ci vedevano alcuna dissacrazione.

Dopo uno storico concerto a Cannes, ricco di fumo, effetti laser e disegni di luce avveniristici, il produttore italiano Maurizio Cannici li convince a trasferirsi a Milano, dove il pubblico cominciò a familiarizzare con le loro metalliche teste rasate grazie a partecipazioni sempre più frequenti a trasmissioni televisive.
Il loro successo resisterà per altri due anni e i dischi successivi (Plasteroid e Galaxy, sempre sotto l’egida di Claude Lemoine) saranno dei successi senza precedenti con singoli da numero uno come Electric Delight e Galactica. La formula rimase pressappoco la stessa: suono pacchiano ed esagerato, voce filtrata dal vocoder e quel sapiente mix tra Rock e Disco che li faceva essere delle autentiche star sia sul palco che tra le consolle dei Disc Jockey.
Nel 1981 qualcosa comincia a cambiare e anche Les Rockets sentono l’esigenza di provare nuove sonorità: il Rock Spaziale è ormai qualcosa di superato e la grande stagione elettronica inglese del Post Punk ha già tracciato la nuova via alla musica pop elettronica. Il nuovo disco, a quanto si dice pieno di riferimenti alla New Wave a al Dark Metal, non piacque alla casa discografica che negherà alla band la sua pubblicazione. Inizia così un primo momento di crisi che porterà i Rockets sui propri passi per riprendere le sonorità che li avevano resi famosi. All’inizio del nuovo decennio, dopo la dipartita di Lemoine, produrranno in autonomia due album un po’ deboli come π 3,14 e Atomic che non troveranno molto riscontro di pubblico facendo assaggiare alla band i primi effetti di calo della popolarità.
Negli anni seguenti (e fino ai giorni nostri) verranno tentate molte volte delle nuove strade. La prima fu nel 1984 con l’album Imperception che inauguò la nuova  formazione senza lo storico cantante Christian Le Bartz, rimpiazzato dall’inglese Sal Solo (già coi Classix Nouveaux), e per la prima volta senza il consueto trucco argentato. Il nuovo look, più vicino a quello della neonata scena New Romantic, sarà ben accolto dalla critica a l’album riuscirà anche a riportarli in classifica, sia pure in posizioni meno autorevoli di quelle dei primi tempi, grazia al singolo Under The Sun.
Con One Way del 1986 la band perderà anche un altro membro storico come Gérard L’Her e ne approfitterà per tentare un ulteriore cambio di look (con capelli e barbe!) e addirittura il nome modificato in Rok-etz.
Il tour che ne seguirà registrerà un continuo calo di pubblico da cui la decisione di sciogliere il gruppo.
Dopo un lungo silenzio, nel 1992 il produttore Claude Lemoine convince Fabrice  Quagliotti, Alain Maratrat e Sal Solo a lavorare a un nuovo album dei Rockets sfruttando la nuova tecnologia digitale e affiancandoli a musicisti come Nick Beggs (Kajagoogoo) e Mike “Clip” Payne (collaboratore di Prince). Ma Another Future, così il titolo dell’album, passerà praticamente inosservato.
Dal 2000, dopo che Quagliotti ha rilevato la proprietà del nome Rockets ed acquistato tutti i master da Lemoine, nasce il progetto Rockets NDP, di cui solo Quagliotti è l’unico membro originale, che realizzerà una serie di concerti revival e anche un disco (l’ultimo di inediti a nome Rockets, intitolato Don’t Stop) nel 2003.
Da allora solo apparizioni estemporanee, finte reunion e miriadi di ristampe, tra cofanetti, remix e antologie.