Etichetta: Interscope
Tracce: 16 – Durata: 78:52
Genere: Hip Hop, Funky, Rap
Voto: 7/10

Per darvi un’idea, sappiate che c’è la grinta di Kanye West, l’attitudine Funk di D’Angelo e l’introspezione di Drake.
Si chiama Kendrick Lamar ed è l’ultimo grido in fatto di black music. Nella sua musica riesce a metterci ogni declinazione, purché sia nera: Jazz, Blues, Soul, Disco, Rap… e nel suo nuovo imponente (quasi 79 minuti) To Pimp a Butterfly fa davvero le cose in grande, riuscendo a strizzare l’occhio al sottobosco del Rap per arrivare a confezionare pezzi dalle forti potenzialità commerciali, perfette per farci ballare senza rinunciare all’aspetto “social” (King Kunta).
Deliziosa la sua cifra Soul, soprattutto quando viene espressa nei metodi tipici degli anni ’70, tra Curtis Mayfied e Isaac Hayes e in grado di confezionare Hit da classifica potenti e orecchiabili come il singolo “i”. In ogni pezzo, poi, risulta e
vidente, quasi palpabile, la sua venerazione per Tupac Shakur del quale dice di essere influenzato irrimediabilmente e col quale mette in scena in una lunga “conversazione” alla fine della traccia finale (Mortal Man) in cui, per la gioia dei nostalgici, appare la voce campionata dell’autore di California Love.  Ma, senza nulla togliere al maestro Tupac, Lamar ha una personalità piuttosto spiccata che si manifesta principalmente in una scelta fortemente sperimentale delle soluzioni musicali.  I suoi ritmi singhiozzanti, spesso abbinati a una strumentazione vintage, lo rendono curioso e affascinante, in grado di dimostrare che la parte lirica (che rimane certamente la componente più efficace) da sola non può bastare. Innamorato del Jazz tradizionale, del quale la sua produzione si nutre in maniera vorace, Lamar è tra gli autori del nuovo Rap americano che maggiormente riesce a coniugare un nuovo verbo per questo genere. To Pimp a Butterfly, per la stessa ragione già espressa durante la recensione del nuovo Drake, qui in Italia subisce parecchio un deficit di comprensione: i temi e le controversie espresse dai versi, sono troppo spesso lontani dalla nostra realtà. Ma ascoltando il diabolico lavoro fatto sugli arrangiamenti, è davvero difficile rimanere indifferenti a una produzione come quella di questo album.