Fosse stata ancora tra noi, Billie Holiday avrebbe compiuto ieri 100 anni. Ahimè, invece, ci ha lasciato quando ne aveva solo 44, nel 1959, pendendosi così l’opportunità di vivere una stagione musicale brillante come quella degli anni ’60, durante i quali avrebbe avuto modo di sviluppare quel gusto “pop” che aveva mostrato sul finale di carriera.
Nacque a Baltimora, appunto il 7 aprile del 1915, come Eleonora Fagan. Il cognome era quello della madre, Sadie Fagan, poiché i suoi genitori non si erano mai sposati, ma il suo nome d’arte lo volle comunque dedicare al padre, Clarence Holiday (Billie, invece, era un omaggio all’attrice Billie Dove).
Ebbe un’infanzia difficile e tormentata e da ragazzina si guadagnava da vivere facendo le pulizie nelle case del quartiere. Tra queste anche un bordello dove, giovanissima, iniziò a prostituirsi. In cambio di qualche lavoretto come domestica, la tenutaria del bordello le permetteva di usare il fonografo, attraverso il quale ascoltava i dischi di Louis Armstrong e Bessie Smith. Quando la polizia scoprì il bordello la arrestò e la condannò a quattro mesi di carcere.
Uscita di prigione, per non tornare a prostituirsi, si mise a cercare lavoro come ballerina di Night Club. Non sapeva ballare ma, fortunatamente, il proprietario di un locale di Harlem le chiese di provare a cantare e la assunse immediatamente come vocalist per il complesso residente. Aveva 15 anni e siccome si rifiutava di ricevere mance, per paura di dover ricambiare con prestazioni sessuali, le sue colleghe iniziarono a chiamarla The Lady. Un soprannome che le resterà appiccicato per tutta la vita. La sua carriera discografica iniziò qualche anno più tardi, nel 1933, quando fu notata dal produttore John Hammond che le organizzò un provino con l’orchestra di suo cognato, un certo Benny Goodman, che rimase estasiato dalla sua voce immediatamente. Con Goodman incise i suoi primi dischi incuriosendo il gotha del jazz americano. Passò poco tempo prima che si accorgessero di lei anche numeri uno come  Count Basie, Artie Shaw e Lester Young (del quale divenne grandissima amica).
Nel 1939 fece una cosa per l’epoca ardita come cantare una canzone (scritta da Abel Meeropol) sulla discriminazione razziale. Era, naturalmente, Strange Fruit e lo “strano frutto” del titolo era il corpo di un nero assassinato dai bianchi appeso a un albero. Era un tema talmente azzardato che in alcuni locali la direzione metteva una clausola nel contratto affinché Holiday non la mettesse in programma.
Negli anni ’40, dopo la morte della madre e il fallimento del suo primo matrimonio, ebbe una lunga crisi esistenziale, durante la quale iniziò il suo rapporto con l’alcol e la droga che ebbe ripercussioni anche sulla sua voce. Ciò nonostante continuò a realizzare dischi e tournée lavorando con maestri come Louis Armstrong, Benny Carter, Oscar Peterson, Tony Scott e il pianista Mal Waldrom che divenne il suo accompagnatore ufficiale anche nel decennio successivo.
Nel 1954 fece il suo primo tour europeo e nel novembre del 1958 si esibì anche a Milano, in un teatro di avanspettacolo. Il pubblico italiano, però, non era affatto abituato al Blues e al Jazz e la Holiday non riuscì nemmeno a portare a termine il suo programma, tornando in camerino dopo cinque brani. Fortunatamente un gruppo di appassionati, decise di organizzare, qualche sera più tardi, una serata “riparatrice” presso il Gerolamo di piazza Beccaria dove un pubblico di intenditori le tributò una meritata ovazione.
Pochi mesi più tardi, il 17 luglio del 1959, morì  a New York in un letto di ospedale a causa delle complicazioni di una cirrosi epatica.

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