Etichetta: Brainfeeder
Tracce: 12 – Durata: 47:39
Genere: Elettronica, R&B
Voto: 6/10

Stuart Howard, DJ/producer americano noto col nick Lapalux, giunge alla seconda prova discografica con molti occhi puntati. Il suo esordio Nostalchic ha lasciato un segno piuttosto indelebile nell’ambito di quell’elettronica mista a R&B che negli ultimi anni ha sviluppato un prezioso panorama di nuovi suoni. Diciamo subito che Lustmore è un buon album ma le aspettative erano talmente alte da lasciare un po’ di delusione in chi si aspettava un marcato passo in avanti. Nella realtà Lapalux prosegue la sua strada senza particolari scossoni, confezionando un disco molto vicino al suo predecessore, infarcito di bislacche soluzioni di post produzione abbinate a un notevole gusto armonico.
I dodici brani si muovono tutti nella stessa direzione, condensando suoni acquosi con ritmi densi e liquefatti sui quali si innestano sample vocali e break ritmici. Quando si mette d’impegno per creare l’atmosfera giusta, escono momenti di elettronica minimale di buon livello e in qualche occasione (si ascolti per esempio Closure, con l’eccellente featuring vocale di Szjerdene) vengono toccate corde di struggente intensità. Purtroppo, molto spesso, viene privilegiato l’effetto sorpresa sul risultato melodico e il disco, in qualche occasione, risente di un eccesso di sperimentazione che lo rende un po’ troppo cervellotico.
La qualità dei campioni e la scelta dei suoni che li amalgamano sono sempre molto eleganti e il disco non riesce a passare mai inosservato. Ciò nonostante l’intento (nobile) di Lapalux, sembra quello di volersi a tutti i costi allontanare dall’effetto Lounge che la sua musica rischia spesso di evocare lasciando che i brani fuggano dai territori easy-listening in maniera vagamente eccessiva. Purtroppo, a lungo andare, questo effetto rende la fruizione faticosa e quand’anche diventa facile interpretare l’intenzione compositiva, si rischia di lasciarci sorprendere da qualche sbadiglio. Sarebbe bastata una coppia di brani più direttamente leggeri a rendere l’operazione più masticabile ma anche quando la strada sembra quella, c’è sempre un sentiero alternativo che fa più gola e l’autore… lo prende.
Naturalmente non sto parlando di difetti veri e propri, si tratta principalmente di eccessi di produzione che portano il disco verso quell’effetto “famolo strano” che talvolta sembra applicato di proposito.
Si tratta di capire se siamo noi a non essere ancora pronti a tutto questo oppure se è Lapalux che corre troppo velocemente in avanti. Le due possibilità non sono molto distanti tra loro ma, sicuramente, in questo momento è difficile concedere a Lustmore un voto che superi la sufficienza.