Artista: Garland Jeffreys
Etichetta: RCA
Anno: 1991

Compagno di scuola di Lou Reed, Garland Geffreys rimase spesso in contatto con lui fin dai tempi di The Velvet Underground. Collaborò al primo disco solista di John Cale e nel 1969 formò la band Grinder’s Switch che ebbe vita breve.
Il suo esordio solista (Garland Jeffreys) è del 1973, licenziato dalla Atlantic col quale iniziò a sviluppare un linguaggio politico e sociale che lo ha contraddistinto per buona parte della sua carriera. A stargli particolarmente a cuore, fin dagli esordi in età giovanissima, era la discriminazione razziale che divenne il tema principale di buona parte della sua produzione.

Don’t Call me Buckwheat fu un disco molto importante, principalmente perché arrivò dopo una lunghissima assenza dal mercato discografico (l’album precedente era del 1983) e poi, soprattutto, perché i temi sulla discriminazione riuscirono ad arrivare anche nelle classifiche di vendita non solo in USA ma anche nel vecchio continente (#72 nei singoli pop della classifica inglese).
Complice un singolo molto affascinante come Hail, Hail Rock’n’Roll, il nome di Garlad Jeffreys iniziò seriamente a circolare nei circuiti della musica di consumo. La canzone puntava a rivendicare l’origine nera del Rock’n’Roll, sottolineando in maniera sottile ed efficace, che musicisti come Elvis Presley, Gene Vincent e Buddy Holly avevano imparato la lezione da Bo Diddley, Chuck Berry e Fats Domino. Il tutto senza fare particolare polemica ed, anzi, dichiarandosi grande estimatore anche dei musicisti bianchi evidenziando quanto la musica popolare, piuttosto che dividere, dovrebbe unire le persone.
Il titolo stesso dell’album ha un significato in questo senso e si riferisce a un fatto accaduto allo stesso Jeffreys mentre si trovava tra il pubblico di un grande concerto a New York e sentì qualcuno alle sue spalle gridargli: “Hey buckwheat, siediti!”. L’epiteto “buckwheat” (in italiano è il “grano saraceno”) è usato dalle persone di colore per apostrofare in modo spregiativo gli individui dalla pelle più chiara, come se la gradazione della pelle potesse rappresentare una scala di valori. 
Questo episodio gli fece comprendere che il razzismo ha radici piuttosto profonde e che, in particolare, non è mai una manifestazione a senso unico. Ciò gli servì a trovare l’ispirazione, dopo 12 anni, per scrivere uno dei dischi più importanti non solo della sua carriera ma degli interi anni ’90. Oltre alla canzone omonima e al singolo Hail, Hail Rock’n’Roll, infatti, anche tutte le altre canzoni dell’album trattano il tema della tolleranza con livelli di eccellenza nei titoli I Was Afraid of Malcolm e Racial Repertoire
Musicalmente l’album prende in considerazione molti generi musicali, passando dal gospel al blues per arrivare al reggae, alla dance e al rock. La voce di Jeffreys è densa di sfumature e si adatta alla perfezione ai cambi di registro forniti da una band stellare (circa 40 i musicisti coivolti, da Sly & Robbie a Steve Jordan, da Paul Griffin a Michael Breker) che, sotto la direzione totale di Galrland Jeffreys, ha saputo confezionare un album incapace di invecchiare.

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