Etichetta: Domino
Tracce: 11 – Durata: 43:34
Genere: Pop
Voto: 9/10

Conor O’Brien, al terzo capitolo targato Villagers, compie un piccolo miracolo realizzando un album di straordinaria maturità. Se gli esordi acustici peccavano un po’ di ingenuità e il “balzo” elettronico di {Awayland} sembrava un tantino azzardato, per certo il nuovo Darling Arithmetic giunge a dimostrare che non si trattava d’altro che dei passaggi obbligati per raggiungere la qualità eccelsa offerta nel terzo album.
Le trame delicate e soffuse di buona parte delle canzoni, sono elargite con classe ed eleganza senza mai essere affettate o eccessivamente ricercate. C’è una cura del suono che non riesce a passare inosservata e dove il gioco di sottrazione appare come l’esercizio più estremo nell’esposizione dell’opera.
La necessità, probabilmente, era quella di non rendere invadente la musica, lasciando che siano principalmente le parole a fare la voce grossa. Perché i testi di queste canzoni sono scritti con la maturità dei grandi autori con la brillante capacità di mettersi a nudo in modo da rendere ogni vocabolo universale.  A differenza di quanto ha fatto Sufjan Stevens col suo  nuovo disco, O’Brian sceglie di raccontare se stesso senza porsi come protagonista assoluto. Si tratta di un disco che parla di amore ma nel quale vengono elusi di proposito i pronomi e i generi affinché, per preciso intento dell’autore, chiunque potesse riconoscersi nei versi, senza dare importanza al genere: uomo, donna, gay, lesbica, etero, bisex… questo è un quaderno che riguarda chiunque di noi.
Impegnato pubblicamente nella lotta all’omofobia, l’autore non ha (più) bisogno di urlare la sua militanza, sicché sceglie di aprire gli orizzonti e placare la rabbia, in favore di riflessioni più intime e potenti ma… rivolte a tutti.

Un disco di quelli che, dopo qualche ascolto, si insinuano sotto pelle e finiscono per diventare dei classici loro malgrado. L’intento di “understatement” non è un trucco di produzione quanto piuttosto un metodo di espressione, che ci rende più vicini all’opera e ci permette di esserne parte.
Se inizialmente, guardando la tracklist, ci si dispiaceva di non trovare la bella Occupy Your Mind (uscita lo scorso anno come forma di protesta contro le esternazioni omofobiche di Vladimir Putin), dopo l’ascolto del disco diventa chiara la sua esclusione a causa di una sonorità pesantemente differente. Questa volta i Villagers puntano più sull’impalpabile gioco dei suoni, adagiando la vena acustica imparata da Paul Simon alla delicata elettronica dei giorni nostri per farne un lavoro intimo di più agile condivisione.
Un album che rimarrà.

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[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=8UsYbProrac%5D