Etichetta: Ribbon Music
Tracce: 9 – Durata: 38:21
Genere: New Wave
Voto: 6/10

Nonostante il revival degli anni ’80 abbia ormai concluso il suo corso, è evidente che sono ancora molti gli estimatori di quella vena un po’ oscura e nichilista del Rock nata proprio in quel decennio. I Lower Dens, di Baltimora, sono gli ultimi paladini di quel gusto e si esprimono, in vero in modo piuttosto credibile, con un linguaggio nato quando probabilmente nessun membro della band era ancora nato. Dentro ad Escape From Evil ci trovate i (primissimi) Cocteau Twins, i Pink Industry, Martha & The Muffins e Siouxsie & The Banshees a badilate. Praticamente lo scibile della New Wave con voce femminile che, a quanto pare, è la principale fonte di ispirazione della cantante Jana Hunter.
Sì, certo, ha ragione chi sostiene che la musica pop vive di ritorni e rimandi storici ma, quando l’esercizio è così sterilmente ricalcante, è piuttosto difficile esprimere un giudizio che non ne tenga conto.
Spostando il tiro verso l’aspetto “politico” dei Lower Dens, si potrebbe tentare di analizzare un progetto interessante che tende a rendere “visibile” quello che trentacinque anni fa doveva rimanere criptato. Sto parlando dell’orgoglio omosessuale che negli anni gloriosi della New Wave (con le dovute eccezioni) riusciva a esprimersi esclusivamente per metafore mentre oggi può essere espresso con maggiore fierezza. Per fare un parallelismo con il cinema, pensate al film Lontano dal paradiso dove il regista Todd Haynes gioca sulla opportunità di infilare la cinepresa dove Douglas Sirk era costretto a mettere una dissolvenza. Ma, ecco il punto: un progetto come questo può essere facilmente alla base di una canzone, volendo anche di un album; se diventa l’architettura di una carriera, perde vagamente di efficacia.
Vista la provenienza d’oltre oceano, possiamo comprendere il tributo che la stampa americana ha riservato alla band ma, sebbene sia innegabile la qualità della produzione, il legame filologico con gli anni ’80, qui nella vecchia Europa, non funziona più.
Dispiace un po’, perché è facile riconoscere qualcosa di estremamente personale. Il gruppo è composto da musicisti ben preparati e ci sono, nel disco, almeno due pezzi che fanno ben sperare per il futuro. Company, per citarne uno solo, pur tenendo ben saldo il metro ispiratore, riesce a esprimersi con una struttura meno smaccatamente osservatrice, mettendo per altro in campo le qualità vocali di Jana che, se non ha usato trucchetti da sala d’incisione, dimostra un’intonazione e una timbrica davvero formidabili.
Ho visto qualche video live su Youtube e appare evidente il ruolo carismatico della cantante che, sorretta da una band di giovani nerd, tiene in mano il pubblico imponendosi con una presenza glaciale e distaccata, figlia di Ian Curtis e Kevin Shields. Con una capacità come la sua, a me non resta che sperare di vederla presto emanciparsi dall’ossessione per la signora Susan Janet Ballion e tirare fuori l’energia originale che evidentemente c’è.

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