Etichetta: Parlophone
Tracce: 12 – Durata: 50:07
Genere: Pop Rock
Voto: 9/10

Dopo essere stato annunciato, cancellato, ventilato, annunciato di nuovo e poi smentito, un disco nuovo dei Blur non era decisamente atteso, anche in virtù delle attività soliste, piuttosto lanciate sia di Graham Coxon che di Damon Albarn. E invece The Magic Whip è qui, in pompa magna, con tanto di linea grafica e progetto promozionale delle grandi occasioni.
Come ormai si sa, l’album è nato da una session durata cinque giorni presso uno studio di Hong Kong. Le registrazioni, frutto di improvvisazione e di una buona vena creativa, sono rimaste per un po’ in sospeso: Albarn non era soddisfatto dei testi e non riusciva a decidersi. Poi ha preso armi e bagagli, è tornato sul luogo del delitto e vi ha posto rimedio. Infine Coxon ha preso i file con le registrazioni ed è andato a trovare Stephen Street chiedendogli di fare il miracolo. E il produttore, che conosce molto bene la band, c’è riuscito. Non so quanto fosse il materiale originale ma sicuramente questi 50 minuti contengono una dozzina di pezzi dal formidabile potenziale. C’è una mirabile spontaneità, poi mitigata dall’operazione della post produzione, che incarna alla perfezione lo spirito di una band che si ritrova dopo qualche anno per ritrovare una coesione invidiabile.
Se ci sono un paio di riempitivi meno incisivi e qualche traccia che risente un po’ troppo dell’operazione di taglia e cuci vagamente in eccesso, bisogna riconoscere che l’album scorre con grande agilità e tutto sembra tranne che il frutto di una gestazione così frettolosa. Evidentemente l’affiatamento dei quattro Blur era ben riposto ed è bastato un attimo per farlo riaffiorare. Se nel risultato finale c’è molto dello zampino di Stephen Street a noi poco cambia. In definitiva, quello che abbiamo tra le mani è un album e il minimo che gli si può chiedere è che sia piacevole da ascoltare.
Damon Albarn risente ancora della squisita vena creativa che già aveva prodotto un gioiello come Everyday Robot e il resto della band ne deve esserne rimasto influenzato perché i pezzi riescono a fluire con facilità, tra brillanti intuizioni e formidabile partecipazione, anche quando (Thought I Was Spaceman) è evidente la genesi improvvisata.
Punte di diamante sono sicuramente la ballata conclusiva Mirrorball , la sinfonica There Are Too Many of Us e l’emozionante My Terracotta Heart che racconta del travagliato rapporto tra due amici (Graham e Damon?) con la leggerezza e la passionalità delle grandi pop song.
In definitiva, sebbene si sia lontani dalle produzioni degli anni ’90 (o forse proprio per questo), The Magic Whip riesce a convincere quasi pienamente, riportando in pista una delle band più influenti del nostro tempo.

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