The BendsArtista: Radiohead
Etichetta: Parlophone
Anno:1995

Festeggia i suoi primi vent’anni The Bends, autentico caposaldo della musica degli anni 90 che segna la prima svolta fondamentale nella carriera dei Radiohead.
Il gruppo di Thom E.Yorke ne avrebbe fatto altre altrettanto radicali nel decennio successivo, prima con l’accoppiata sperimentale Kid-A/Amnesiac e poi con l’intuizione rivoluzionaria di pubblicare e (praticamente) regalare un loro album (In Rainbows) quando era chiaro ancora a pochi che l’evoluzione del mercato discografico sarebbe andato in quella direzione.
Nel 1995, The Bends, fece capolino in modo piuttosto dirompente: alla EMI  sembravano interessati a questa band che con un unico pezzo (Creep), inserito nel loro album d’esordio, era riuscita a incuriosire il difficile pubblico americano.
Con The Bends, i Radiohead diedero vita a una vera e propria scuola, realizzando quella che si potrebbe definire tranquillamente una “scena” la quale, a vent’anni di distanza, sembra ancora viva e vegeta.
Dopo l’esordio un po’ traballante di Pablo Honey, la band sembrò impegnarsi su tematiche musicali meno semplici, concentrandosi principalmente nello sviluppare il discorso iniziato con Creep, il brano che contiene i germogli di quei metodi compositivi che avrebbero reso così importante The Bends.
La doppia stratificazione dolceamara delle trame sonore, si sposa alla perfezione con la scrittura delle liriche.
Yorke scrive parole desolanti e nichiliste, dense di malessere e pessimismo che la musica dei Radiohead incarna alla perfezione, alternando, spesso all’interno dello stesso brano, momenti di pace e guizzi violenti ed aggressivi.
The Bends si configurerà come una delle pagine più importanti del britpop ascrivendo definitivamente i Radiohead nel firmamento dei grandi della musica.
Se, infatti, a partire dall’album successivo (OK Computer) il gruppo sembra smaniosamente alla ricerca di un cambio di direzione, in questo disco, al contrario, l’evoluzione sembra giunta in modo naturale ed immediato, costituendo il punto morto superiore nella carriera del gruppo.
La produzione di The Bends è affidata a John Leckie, lo stesso di alcune pagine altrettanto fondamentali del britpop degli anni precedenti (The Stone Roses, New Order, XTC, Simple Minds ecc…) anche se, a dire il vero, fa la sua apparizione anche Nigel Godrich, figura fondamentale nella successiva produzione dei Radiohead, che qui appare in veste di co-produttore e che lascia in maniera piuttosto evidente un segno del suo passaggio.
Le canzoni rimbombano tutte per ricchezza di suoni e di novità. Ogni singola traccia porta con sé i semi della musica rock del decennio successivo e il tutto avviene senza premeditazione, in modo naturale.
Il gruppo suona in maniera istintiva le canzoni che di punto in bianco diventeranno l’esempio principale per chiunque decida di mettere in piedi una band.
Molto importante fu avere estimatori illustri come gli R.E.M. che, dopo l’uscita di The Bends, fecero carte false per avere i Radiohead come supporter per il tour di Monster.
Michael Stipe, andava personalmente sul palco ad annunciarli, pronunciando una frase ormai diventata storica: “Sono così bravi che mi fanno paura”. Questo tipo di attestati di stima, assieme alcuni video belli ed innovativi (in calce quello di Just), riuscirono a far crescere la popolarità del gruppo prima fuori dal Regno Unito e poi anche entro i confini britannici.
The Bends sbaragliò il già sentito, cambiando la rotta della musica giovanile in un momento storico in cui la novità più rilevante era Boombastic di Shaggy (!).
Planet Telex, in apertura, mette subito in evidenza il cambiamento: le chitarre di John Greenwood hanno un impianto tutt’altro che classico. Il suo arpeggio malato fa risaltare un riff sorprendente del quale la voce di Yorke si impossessa per un grandioso duetto.
Un duetto che prosegue su The Bends, con la quale risulta definitivamente leggibile il cambio di rotta. I testi sono scritti con grande classe ed ispirazione con un’afflizione evidenziata continuamente dall’innovativo lamento della voce.
Volendo proprio trovarne uno, il punto debole del disco sembra Bones, apparentemente un rimasuglio di Pablo Honey, con un sapore troppo reverenziale per la musica di U2 dei quali i Radiohead sono stati grandi fans in gioventù.
Il resto, da Just a My Iron Lung, passando da Bullet Proof… I Wish I Was, Fake Plastic Trees, High & Dry, Sulk fino a Street Spirit (Fade Out), il disco non ha passi falsi e pone delle fondamenta indistruttibili per una carriera irrefrenabile.
L’album, nonostante la sua potenza (o forse proprio a causa di ciò), non convinse immediatamente e ci vollero parecchi mesi prima che il pubblico (e soprattutto la critica) si accorgesse della sua grandezza.
Lo stesso Greenwood sostiene che il vero punto di svolta non corrisponda tanto con il momento in cui il disco è nato, quanto piuttosto in quello in cui venne finalmente capito.
I discografici e i critici si lamentavano per la poca immediatezza del disco. Tutti dicevano che era un lavoro troppo poco comunicativo, che non era abbastanza commerciale e alla EMI, addirittura, si dissero preoccupati per l’assenza di singoli da promuovere. L’anno successivo presumo che in Parlophone ci sia stato qualche impiegato con un lussuoso incentivo e una promozione a dirigente: da The Bends vennero estratti ben cinque singoli, tutti finiti nella Top 30.
Nessuno raggiunse il successo di Creep, ma ciascuno contribuì a creare definitivamente I Radiohead.