Se vi appassiona la sperimentazione musicale, conoscerete sicuramente gli Intonarumori. Per tutti gli altri dirò (semplificando) che si tratta di strumenti musicali dai nomi improbabili inventati dal futurista Luigi Russolo nei primi anni dello scorso secolo.
Agli intonarumori si sono interessati moltissimi musicisti di ogni tempo (Strawinskij e Ravel li hanno addirittura utilizzati in qualche loro composizione) e la loro provocatoria concezione giunge fino a noi con la medesima forza ed incisività.
Sentire concerti che coinvolgano questi strumenti non è molto facile. Vederli lo è ancora meno, fatta eccezione per alcune mostre che, in qualche occasione, ne hanno proposto alcune riproduzioni.
Tutti gli intonarumori erano dei generatori meccanici di suoni acustici che permettevano di controllare la dinamica, il volume, la lunghezza d’onda di diversi tipi di suono.
Ogni strumento era formato da un parallelepipedo di legno con un altoparlante a tromba nella parte anteriore (in genere di cartone o metallo). Per suonarli era necessario schiacciare bottoni e leve che mettevano in funzione il controllo delle dinamiche.
All’interno c’erano lastre di metallo, ingranaggi e corde metalliche che venivano fatte vibrare. Le tensioni delle corde erano modificate dal musicista che, glissando produceva vere e proprie note.
I vari strumenti creati da Russolo  erano classificati per famiglie definite come crepitatori, gorgogliatori, rombatori, ronzatori, scoppiatori, sibilatori, esplodenti, stropicciatori e ululatori. Ognuna di esse comprendeva a sua volta vari registri: soprano, contralto, tenore e basso.
Pochissime le occasioni in cui intonarumori sono stati impiegati nelle composizioni contemporanee. La prima apparizione avvenne nel 1913, al Teatro Storchi di Modena dove Russolo in persona presentò un esplodente. Dall’anno successivo, portò le sue creature in molti teatri del mondo e dopo una lunga pausa, causata della prima Guerra Mondiale, riprese a proporre concerti che portarono ad una collaborazione con Filippo Tommaso Marinetti, che li volle per i sottofondi musicali de Il tamburo di fuoco.
Data la loro caratteristica piuttosto “estrema”, gli intonarumori sparirono piuttosto velocemente dalle sale da concerto, riapparendo, di tanto in tanto, per esibizioni volte a mantenere accesa la loro memoria grazie alla passione di alcuni ricercatori e musicisti (Da John Cage a Mike Patton) che riescono a interpretarne in maniera nuova le potenzialità.

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