Etichetta: SFE
Tracce: 16 – Durata: 54:32
Genere: Pop
Voto: 7/10

Sarà che avevo in qualche modo perso le speranze, dopo la delusione del malriuscito album di cover del 2007 (Stardom Road) e l’evitabile seguito inedito Varietè del 2010, ma The Velvet Trail è un disco di musica pop che ci riporta un Marc Almond finalmente all’altezza del suo nome.
Il disco si perde in un mondo musicale che è proprio dell’ex Soft Cell, con canzoni leggere, venate di un gusto kitsch di grande livello che, in questa occasione riesce a manifestarsi con un vestito particolarmente moderno. Il merito, va detto, è in buona parte di Chris Braide che è stato chiamato proprio allo scopo di conferire a queste canzoni un sapore fresco e moderno per arrivare al pubblico dei più giovani, pur tuttavia restando legato a una formula piuttosto personale che sarà quella che farà andar in brodo di giuggiole chi, come me, pensava di aver perso uno dei più influenti autori di canzoni degli anni ’80. Braide, per chi non lo sa, è l’artefice di grandi successi per gente come Beyoncè, Britney Spears e Christina Aguilera ed è, dunque, uno che ha ben chiari gli ingredienti da aggiungere alla ricetta di un successo discografico d’oggidì.
Naturalmente, Almond ci mette del suo e, in evidente stato di grazia, confeziona canzoni che escono dal suo cuore con estrema sincerità ed efficacia.
Il lavoro tra lui e il produttore è stato di totale fiducia. Marc ha consegnato le canzoni e Chris ha lavorato sugli arrangiamenti e sui suoni in solitudine. I due non si sono mai incontrati di persona durante tutta la durata delle operazioni, restando i contatto solo via email, inviando provini, restituendo idee e realizzando, così, un lavoro a quattro mani nella maniera più moderna che gli attuali mezzi consentono.
A giudicare dal risultato, si direbbe che questo era il modus operandi più adatto a due persone che avevano l’uno per l’altro, una grande dose di fiducia e di stima.
L’album è suddiviso in tre parti, ognuna introdotta da un breve interludio strumentale, nelle quali Almond mette in scena un piccolo mondo di storie e di personaggi che fanno tornare alla mente quelli inventati nei suoi anni d’oro. Certo, non funziona tutto a meraviglia e qualche piccolo calo nell’album non manca. Ma è talmente ben condotta la linea generale del lavoro che si finisce per perdonare con facilità qualche piccola ingenuità. D’altronde a noi basta che, contrapposta a una stucchevole ballata (The Pain of Never) ce ne sia anche una talmente riuscita  da far vibrare il nostro sangue nelle vene (Scar). E non ci da nemmeno troppo fastidio quando tenta un ritorno in casa Soft Cell perché se non può farlo lui, davvero non vedo chi. E poi, se in un caso l’effetto è quasi buffo (Demon Lover), in un altro è così perfetto da diventare inevitabile (Bad to Me).
In fondo è talmente chiara la padronanza che Almond ha ripreso sulla sua penna da farci prendere un rincuorante sospiro di sollievo. Marc sembra aver capito quando e dove è possibile spingere sull’acceleratore ma ha sentito la necessità di trovare un navigatore come Braide che fosse all’altezza della situazione per smussare certi spigoli e spegnere qualche eccesso, lasciando intatta la sua natura. Era, a quanto pare, l’uovo di Colombo per far uscire delle canzoni che, finalmente, tornano ad avere il sapore dei classici che ci si aspetta da uno come Marc Almond.

Bentornato!

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