Etichetta: Parlophone
Tracce: 9 – Durata: 43:31
Genere: Pop Rock
Voto: 9/10

Un artista di culto, recentemente celebrato in Italia con un bel libro biografico, Paul Weller è tra i pochi a riuscire nel compito di rinnovarsi in continuazione, pur tenendo fede a una cifra stilistica davvero personale.
Saturns Pattern, suo undicesimo album in studio, è la conferma di tutto ciò: è pieno di riferimenti “classici”, più o meno tutti derivati dallo straordinario decennio dei sixties, ma denso e smanioso di sperimentazione e novità. Weller, stavolta, viaggia anche ai confini della realtà, raggiungendo perfino mondi per lui lontanissimi, come quelli di Lou Reed e The Velvet Underground, a cui Long Time sembra un accorato ed implicito omaggio. Per il resto c’è tutta la sua stilosa britannicità, tra rimandi a The Kinks e (gli inevitabili) The Who con accenni di musica Soul e di grande pop, spruzzato di Glam (I am Where I Should Be).
Dopo alcuni dischi (chiamiamoli) di assestamento, Weller trova un metodo perfettamente consono, che gli consente di sfruttare la sua stupenda grana vocale assieme ad una riconosciuta poliedricità. Sì, perché stavolta, pur essendo ancora chiara la sua eterna voglia di non fossilizzarsi in nessun ruolo, riesce a mettere in piedi un lavoro coeso e uniforme, dove ogni pezzo è funzionale agli altri ma tutti in grado di brillare di luce propria.
Anche la durata totale, conforme al vecchio formato dell’LP, senza eccessi o inutili riempitivi, diventa un valore aggiunto. Non c’è un solo minuto del disco che confonda la nostra attenzione: Phoenix, mischia la psichedelia 70’s con il pop patinato degli anni ’80; White Sky abbonda di distorsioni e di ritmica pestona, In The Car atterra lisergica su un riff tra il Country e il Blues; La title track trasuda Paul McCartney da ogni angolo e l’immancabile ballad mid tempo, stavolta si manifesta con il pezzo conclusivo (These City Streets), nel quale Weller si concede il lusso di dilatare i tempi, portando la canzone alla considerevole durata di otto minuti e mezzo, nei quali inserisce sfoghi strumentali, moog impazziti, riff micidiali, break beatlesiani e back-tempo rubacchiati agli Stones.
Un album di bellezza inaspettata, che riporta Paul Weller all’altezza delle aspettative. Come a dire: non è che Sonic Kicks o Wake up The Nation e 22 Dreams ci avessero fatto schifo, tutt’altro! Ma stavolta abbiamo davvero un lavoro esemplare che fa dimenticare anche le debolezze più imperdonabili. Top!

.
[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=vARCtbWH-cE%5D

Advertisements