Etichetta: Warner
Tracce: 12 – Durata: 52:59
Genere: Pop Rock
Voto: 4/10

Dunque, fare un concept album, in un momento in cui il “concetto” stesso di album è in totale declino, potrebbe essere per una band mainstream una figata pazzesca. E probabilmente Drones, il nuovo disco dei Muse, lo è. Si tratta solo di accordarci sulla definizione.
Di fatto, in Drones, non c’è niente che funzioni: tutto è stato messo dentro per amplificare l’effetto ridondante del “sound”, dimenticando un fattore basilare come la composizione. Dietro a riff di chitarra stile Nine Inch Nails (o, se preferite, Therapy?), a una batteria compressa all’inverosimile e ai cambi di registro presi in prestito dal prog meno illustre, c’è un velo di tristezza che ci pervade: tanto rumore, tutto è incasellato nel posto giusto eppure alla fine… mancano le canzoni.
Il tema portante, quello dei Droni (!), fa da filo conduttore e su quello gira tutta l’idea del disco. Sicché sono stati confezionati brani in modo da ottenere effetti sonori adeguati alla circostanza e vi lascio immaginare con quale certosina raffinatezza. Il “Rock”, così come siamo abituati a chiamarlo, stavolta s’è vestito eccessivamente a festa, cosa che non si confà troppo al verbo per antonomasia ribelle della musica giovanile.
Da Drones verrà tratto un musical, con diritti cedibili, dopo qualche anno, anche al cinema. Ora: sappiamo bene che molto spesso la musica ha cercato vie alternative, talvolta anche con risultati eccellenti, ma un musical, francamente, mi sembra una scelta imbarazzante. Di questo, però, ne riparleremo quando (e se) il musical andrà in scena. Per il momento mi limito ad esprimere perplessità per un genere (e qui devo fare ammenda: è un limite mio) che mi sembra di poco interesse.
Rimanendo sul disco, Bellamy & Co. fanno i salti mortali in post produzione; una cosa che fa parte del loro modus operandi da sempre ma che, in questo giro, dimostra di passare il limite a più non posso. Il bisogno di fare numeri circensi, caricando i plug-in più fighettoni e spingendo il suono verso qualcosa di posticcio e innaturale, ha lentamente soggiogato tutti i buoni propositi iniziali dei Muse incapaci di rientrare nei margini (ed anzi: tuffandovisi a pesce) quando l’eccesso si affaccia nei territori del cattivo gusto.
Quello che dispiace maggiormente è sentire un tale sovraccarico di tamarraggine dopo che, coi numeri più recenti, avevano cercato di impostare una linea musicale piuttosto efficace, fatta di contaminazioni electro davvero di buon auspicio. E invece no: evidentemente lo spauracchio della “crisi” ha convinto il trio di Teignmouth a optare per una scelta più commercialmente sicura, che li porterà sicuramente in vetta alle classifiche ma che non riuscirà a convincere chi dalla musica chiede qualcosa in più che… qui non c’è.