Artista: The Smiths
Etichetta: Rough Trade
Anno: 1984

The Smiths, è il primo eponimo album del quartetto inglese più influente della musica pop (dopo The Beatles, s’intende) che fu pubblicato nel febbraio del 1984 dopo una triade a 45 giri a dir poco straordinaria (Hand in Glove, This Charming Man e What Difference does it makes?) mantenendo l’aspettativa che era molto più che alta, sebbene le vendite dei singoli non fossero state proprio entusiasmanti. Naturalmente l’album non deluse nessuno e si ritrovò a diventare un piccolo caso nella discografia indipendente arrivando al secondo posto della classifica di vendita (l’anno successivo Meat is Murder avrebbe fatto anche meglio mandando, per la prima volta nella storia, un disco indie al numero uno).
Quando si parla di album epocale, in questo caso, lo si fa a ragion veduta. In quegli anni il pop inglese aveva tracimato oltre ogni limite producendo mostri generati dal sonno della sua ragione. L’immaginario dandy dei new romantics o quello estremo del movimento dark, erano invecchiati presto oltre che diventati appannaggio di mediocri band in favore di una confusione generale che abbassò il livello di qualità ai minimi storici. Sicché si sciolsero band fondamentali come i Japan e i Bauhaus e altre formazioni come Spandau Ballet o The Cure scelsero la via facile del mainstream portando a casa anche un bel gruzzoletto di soddisfazioni (e denari).
The Smiths
arrivarono e spazzarono via tutto. Basta con batterie elettroniche e tastiere, basta con abiti griffati, basta rime “amore-cuore”. Il loro era un tono diverso, nuovo, che pescava nel passato ma che non si era mai sentito prima. La ritmica esile e precisa di Rourke e Joyce serviva da fondamentale appoggio per la chitarra sguizzante e frenetica di Marr e le liriche penetranti cantate dall’incredibile voce di Morrissey. Tutto arrivò come un fulmine a ciel sereno e mettere a girare quel disco, in quei giorni freschi di una primavera dell’84, è qualcosa che non si può spiegare.
Ma forse per provare a capire basta rimetterlo sul giradischi e ritrovarlo intatto e perfetto oggi come allora. Johnny Marr
, autore della parte musicale, pesca in ogni direzione. Le sue influenze vanno dagli arpeggi dei Byrds alle melodie dei Love, dalle pennate del Punk al tremolo del Garage. Quello che ne esce è qualcosa che allora suonava veramente nuovo e fresco, mai sentito prima. Su queste trame la voce lamentosa e inconfondibile di Morrissey completava il miracolo esprimendosi con parole dolenti e crude, velate di amara ironia e capaci di entrare nell’anima di qualunque coetaneo ma anche di mandare in sollucchero tutti quelli che cercano sempre un pretesto per andare controcorrente.
Il caso Reel Around the Fountain e The Hand That Rocks the Cradle, per esempio, fece parlare parecchio. Il SUN le accusò di apologia della pedofilia e questo creò qualche problema alla band oltre che un po’ di sana pubblicità gratuita. La cosa, ovviamente, non era vera. Così come non c’erano intenzioni sinistre nella canzone Suffer Little Children, ispirata ai delitti compiuti negli anni 60 da Myra Hindley e Ian Brady, conosciuti come Moors Murderers, che scatenò le ire dei parenti dei bambini coinvolti sebbene in realtà, a dispetto delle accuse, la canzone si schierasse totalmente dalla parte delle vittime (tanto che tra Morrissey ed Ann West, la madre di uno di quei bambini, nacque in seguito un’autentica amicizia).Con questo primo album, tutti cominciarono a familiarizzare anche con le “famose” copertine degli Smiths: qualcosa di assolutamente nuovo, a modo loro bellissime e uniche e che allargavano l’opera musicale anche a quella visuale e poetica creando un mondo a parte, anche nell’aspetto grafico, inventando un caso unico fino a quel momento. Era Morrissey stesso ad occuparsene e, nel caso del primo LP, lo scatto pubblicato raffigurava un fermo immagine tratto dal film Flesh di Andy Warhol in cui campeggiava l’attore Joe D’Alessandro. Sovrimpressa la scritta THE SMITHS in colore verde. Nella busta interna compaiono le foto dei quattro musicisti e i testi di tutte le canzoni. Canzoni che, bisogna dirlo, ancora oggi hanno un fascino senza tempo. Allo stesso modo delle composizioni dei Beatles, queste di Morrissey e Marr hanno un ingrediente segreto che le ascrive senza sforzo tra i capolavori della musica pop. Morrissey, ancora oggi, le canta nei suoi concerti lasciando intatti gli arrangiamenti di allora a dimostrazione della modernità che ancora li permea. La produzione di John Porter (già alla consolle per i Japan), fortemente ravvisabile fino ad allora, venne oscurata dalla prorompente personalità di una band che aveva le idee molto chiare fin dall’inizio. In seguito The Smiths lavorarono ancora con Porter e in finale di carriera anche con Stephen Street ma, alla voce “produzione”, con l’eccezione di questo primo disco, finirono sempre per essere attiribuiti anche Morrissey & Marr, veri artefici di un suono imitato e riprodotto ancora oggi. Un disco che va rispolverato ogni tanto e rimesso sul giradischi per concederci una fetta del miglior pop inglese degli ultimi trent’anni.

Chi non lo conosce, si affretti e si goda questi 42 minuti di musica formidabile assieme alla mia invidia per la scoperta che stanno per affrontare.

.
[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=G0KCDcRNTFo%5D

Annunci