Etichetta: Rough Trade
Tracce: 14 – Durata: 48:13
Genere: Indie Pop
Voto: 6/10

Se c’è una cosa positiva del fenomeno dei Talent Show è quella di aver portato un abbassamento della media di età nel panorama della musica pop. Naturalmente c’è poi anche tutto  l’aspetto negativo, quello che sentiamo spesso ripetere a pappagallo da chi non sa che il meccanismo dei Talent altro non è che un veicolo moderno di ciò che sempre è esistito. C’è sfruttamento e imbarbarimento, c’è poca arte e molto mercato eccetera. Insomma, con le dovute eccezioni (lungi da me l’idea di bocciare tutto ciò che esce dai Talent!), X Factor, Amici e affini hanno il “problema” di essere un po’ troppo artificiali. Ecco perché, probabilmente, l’arrivo di Soak è stato accolto con tanto entusiasmo. Lei è una ragazzina (all’anagrafe fa Bridie Monds-Watson) appena maggiorenne che non arriva da quei canali, la sua “carriera” nasce nell’underground, nei pub irlandesi nei quali si esibiva, fin da giovanissima, con la sua chitarra presentando canzoni eteree e delicatamente folk imparentate con quelle di maestri come Van Morrison, Nick Drake e perfino con le reminiscenze soul della giovane Carole King (come, per esempio nel singolo Sea Creatures).
La sua voce è interessante, non fa sfrenatezze tecniche o eccessivi virtuosismi, anzi è piuttosto imprecisa, talvolta sentirla un po’ calante ci conforta nell’avvicinarla a chi si esprime col cuore. E dopo scorpacciate di gorgheggi, vibrati ed acuti, diciamo che ci fa tirare un sospiro di sollievo.

Il problema è che Before we Forgot How to Dream è concepito come se fosse l’album di una cantautrice navigata. I suoi testi non rappresentano quasi mai il mondo dei suoi coetanei e in qualche occasione spaventa una maturità quasi innaturale. Certo, non è difficile rimanere a bocca aperta e ammirati da tanta consapevolezza ma se dietro a tutto questo “sembra” mancare un percorso, ci si ritrova a dover sospendere il giudizio. Non c’è rabbia ma assennate considerazioni, non ci sono lacrime per la perdita di un amore ma arrendevole rassegnazione, non c’è euforia ma educate manifestazioni di piacere.
Faccio mente locale e torno indietro a guardare gli esordi di illustri diciottenni e, per quanto mi sforzi, non mi viene in mente nessuno che, come Soak, cercasse di esulare da quella meraviglia che è l’essere ragazzi.
Rimetto il disco nella custodia, mi rendo conto di averci rimesso qualcosa di forte e di coraggioso sia pure con la consapevolezza che non mi prenderà più la voglia di ascoltarlo. Mi spaventano le persone che non sanno crescere ma ancor di più quelle che non sono mai state giovani.

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