Artista: Manu Chao
Etichetta: Virgin
Anno: 1998

Sorte bizzarra quella toccata al primo album solista di Manu Chao. Uscito poco prima dell’estate del 1998 divenne immediatamente un culto nei paesi iberici mentre nel resto del mondo fu accolto quasi con indifferenza. Bisogna ricordare che Manu Chao (vero nome José Manuel Arturo Tomás Chao Ortega) arrivava dai Mano Negra, una delle band più influenti nel periodo a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 che, con un paio di album e un concetto del tutto nuovo di live set, si erano costruiti un pubblico di culto che ne aveva decretato anche un certo successo discografico. Ma la sua carriera è davvero una di quelle nate dalla gavetta. Con gli esplosivi Hot Pants, prima,  e i folkeggianti Los Carayos, dopo, aveva gettato le basi per i Mano Negra, inventando un genere musicale (denominato Patchanka) in grado di fondere i ritmi e le atmosfere del mondo con il Rock’n’Roll. L’esperienza, totalizzante e fruttuosa, della band si esaurì, quasi inaspettatamente dopo soli quattro album di cui l’ultimo (Casa Babylon) era del 1994. Un lungo silenzio e una scelta musicale decisamente meno incline al Rock fecero arrivare il suo esordio solista in modo del tutto inaspettato. In Francia (dove Manu viveva) e in Spagna (dove invece era nato) fece un po’ meno fatica ma nel resto del mondo non andò altrettanto bene. Furono i giovani impegnati nei Centri Sociali a scoprirlo e a portarlo in Italia. L’impegno del musicista è davvero molto vicino a quello dei giovani e, attraverso loro, comincia a spargersi la voce che il suo disco solista sia davvero qualcosa di epocale. Clandestino è davvero un disco formidabile perché permette a Manu Chao di esprimersi in modo molto intimo, mettendo a frutto gli insegnamenti avuti dai musicisti di strada incontrati durante i suoi viaggi in Sudamerica e Africa. Nel disco ci mette di tutto, a volte in modo anche vagamente iconoclasta, e si propone con una formula molto diversa da quella che lo aveva portato sul palco coi Mano Negra: chitarre acustiche, percussioni, strumenti tradizionali e un velo di elettronica diventano un marchio di fabbrica che non avrebbe potuto lasciare indifferenti.
Un anno più tardi, grazie a molte apparizioni in piccoli concerti, in Centri Sociali e Festival politici, il disco diventa un autentico culto: le vendite del CD aumentano di giorno in giorno e anche le radio e le TV cominciano a capire che non è un album come quello che deve rimanere sotterraneo. Il singolo Bongo-Bong (il cui testo è preso paro-paro da quello di King of Bongo dei Mano Negra) verrà pubblicato, con molto ritardo, solo nel marzo del 2000 diventando un successo mondiale. Il “sonar” aggiunto alla sezione ritmica assume caratteristiche iconiche e non c’è radio che non lo passi a spron battuto. Sull’onda di questo successo, la Virgin decide di far uscire per l’estate anche la title track dell’album, replicando in tutto e per tutto il successo del pezzo precedente e portando l’album verso il ragguardevole traguardo di quattro milioni di copie vendute.

L’impegno sociale, quello che ha consentito inizialmente al disco di emergere, fa in modo che Manu Chao diventi il paladino di una certa protesta giovanile e ad uno storico concerto nello Zocalo (l’enorme piazza dell’America Latina nella quale il subcomandante Marcos ha terminato la sua marcia) arrivano più di centomila persone che lo considerano il simbolo delle loro rivendicazioni sociali. Manu Chao, a costo di compromettere la sua carriera, inizia quasi subito a sentire il peso di questa responsabilità, scegliendo di cominciare a prendere le distanze da certe organizzazioni. “Sono solo un musicista – dirà – il mio scopo è solo  quello di divertirmi”. Una dichiarazione che, effettivamente, non gioca troppo a suo favore perché letta da molti come un voltafaccia. Il secondo album non avrebbe funzionato altrettanto bene, secondo alcuni proprio a causa di quella dichiarazione. Molto più probabilmente la ragione va cercata nel fatto che Proxima Estaciòn: Esperanza è un disco debole che si presenta come una replica del precedente. Nonostante una eccellente inventiva e la capacità di trovare sempre nuovi stimoli e linguaggi, Chao non sarebbe più riuscito a ritrovare il successo planetario ottenuto con Clandestino ma, a quanto ci sembra di capire, si tratta più che altro di una scelta. La sua attività è più indicata a un pubblico di affezionati. Quello internazionalmente ottenuto a suon di slogan, che lui non ha mai scritto, non gli appartiene ed oggi vive della sua musica senza responsabilità tanto ingombranti.
Clandestino rimane un album fondamentale per chiunque abbia voglia di ascoltare un musicista appassionato, alle prese con le scritture musicali del mondo, realizzato con pochissimi mezzi e degno della comunicativa che ancora oggi riesce a trasmettere.

Nel 2007 Robbie Williams incide una cover di Bongo-Bong pressoché identica all’originale. Anche la Palast Orchester di Max Raabe ne aveva fatto una cover, nel consueto stile da ballroom, nel 2001.
In Italia, invece, Fiorella Mannoia ha inciso una sua discutibile versione di Clandestino.

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