Etichetta: Blue Note
Tracce: 11 – Durata: 65:02
Genere: Fusion, Soul, Funk
Voto: 5/10

Se vi state chiedendo se un musicista peculiare come Marcus Miller, dopo 40 anni di attività, abbia ancora qualche cartuccia da sparare, la risposta è sì.
Però, che in un pacchetto da 11 cartucce ce ne siano ben più della metà a salve, è davvero una sorpresa amara perché, se da un lato Afrodeezia è un album che riesce a dare qualche soddisfazione ai seguaci del Superman of Soul, non ha alcuna speranza di incuriosire eventuali nuovi adepti.
Si tratta di un disco di maniera, discreto, ben suonato ed egregiamente prodotto ma talmente ligio al dovere da smuovere ben poche emozioni. Se si pensa che Miller ha lavorato con i più grandi non ci si stupisce della buona forma del suo lavoro ma, per lo stesso motivo, dispiace che da gente come McCoy Tyner, Miles Davis e Stanley Clarke abbia appreso solo una grande tecnica.
Discreta ed azzeccata la riproposizione di un classico come Papa Was a Rolling Stone sebbene, nonostante la sovrabbondanza di slap, somigli più che altro a un arrangiamento in stile Easy Listening da sala d’attesa e a suo modo imbarazzante la trascrizione riservatoa a Je Crois Entendre Encore dall’opera Les Pêcheurs de Perles di George Bizet (reintitolata I Still Believe I Hear) sorretta dal violoncello di Ben Hong. Meglio funzionano le tracce autografe che consegnano un lavoro di cesello realizzato da una band in gran forma coadiuvata da un numero spropositato di ospiti.
Da un disco che si intitola Afrodeezia ci si aspetterebbe un po’ più d’inclinazione verso sonorità africane, con poliritmie e eccessi percussivi di cui in Nostro è sicuramente un ottimo conoscitore. Invece no: grande sfoggio di tecnica, arrangiamenti scritti sulla carta millimetrata e davvero poca (troppo poca) anima.
Buono per sonorizzare serate in bar all’aperto di località alla moda e per riempire le scalette di Montecarlo Nights. Per noi, rimane un buon esercizio musicale che finisce esattamente al termine dell’ultima traccia, senza lasciare niente.