Etichetta: Reprise
Tracce: 9 – Durata: 50:53
Genere: Rock, Folk
Voto: 6/10

Neil Young è una di quelle leggende viventi a cui è impossibile sottrarsi. Un po’ perché è difficile che nessuno dei suoi album sia finito, sia pure occasionalmente, nella discografia di chiunque sia nato dopo il 1960 e un po’ anche perché è sicuramente un puro, uno che ci crede e che si sforza di non riproporre stili e stilemi di comodo solo in virtù della sua fama. Sicché quando vedi che è uscito The Monsanto Years e ti accorgi che è il suo 36° album (raccolte, live e collaborazioni escluse), come minimo gli dai un ascolto.
Delusione non è la parola giusta. Young mette assieme nove pezzi dignitosi, che si appellano al suo periodo più amato (diciamo quello tra Harvest e Rust Never Sleeps inclusi), condensando il Folk americano più classico e spruzzandolo quando serve di Rock, Blues e Pop. E poi a Neil si vuol bene: a pochi mesi dal suo 70° compleanno è ancora lì con la voglia di scrivere canzoni di denuncia, incazzandosi per la scorretta condotta della Monsanto nell’utilizzo delle biotecnologie.
Tutto bene, quindi, se non fosse che il risultato non sembra all’altezza del nome che porta in copertina. Capisco che l’autore abbia voluto esprimersi con un linguaggio che fosse quello più consono ad una protesta ma, davvero, le canzoni faticano a superare il livello di minimo interesse. Poi, se vi bastano gli assoli call & response e il suono di un’armonica blues, allora niente da eccepire ma le canzoni di The Monsanto Years hanno tutte il limite di sembrare poco più che bozze, frettolosamente scritte e registrate in preda ad un’urgenza di chi si accontenta, di volta in volta, di richiamare Like a Hurricane (Big Box), Harvest Moon (Wolf Moon) o Don’t Cry no Tears (People Want to Hear About Love) solo per dare un aspetto musicale a un messaggio nobile.

Naturalmente, trattandosi del buon Neil Percival Young finiamo comunque per avere tra le mani un album di buona fattura. Si tratta solo di capire quanto abbiamo voglia di dedicare tempo a qualcosa per cui abbiamo già dato così tanto e che oggi rischia di sembrare inefficace.

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