Etichetta: Autoproduzione
Tracce: 8 – Durata: 35:38
Genere: Pop
Voto: 7/10

Dopo il boom degli anni ’90, quando in Italia era quasi obbligatorio che le giovani band si presentassero con la voce solista femminile (Divine, Ustmamò, (p)itch, Prozac+, 99Posse…), il fenomeno si è velocemente quanto misteriosamente estinto. Dev’essere stata una questione di moda, un gioco-forza cui anche le giovani band si prestarono pur di ottenere un occhio di riguardo da chi si occupa di musica leggera. In questo senso, oggi che quel tipo di configurazione appare desueta, la proposta dei giovani Jansheer di Verona appare deliziosamente fuori moda. Ginevra Abrignani si fa un baffo delle tendenze e propone la sua linea così com’è, con canzoni esili e leggere nate probabilmente nell’intimità della sua cameretta e poi confezionate con la band (Riccardo Munari a Chitarra e Basso e Federico Georgel alla Batteria) sia pure ancora al seguito di modelli che rimandano a inequivocabili muse ispiratrici.
L’eponimo esordio dei Jansheer racchiude molte buone intenzioni nonostante una veniale e comprensibilissima ingenuità, sia pure mitigata da una dose di entusiasmo che scalderebbe il cuore anche del più ostinato detrattore.
Le otto canzoni del pacchetto ruotano attorno a un gradevole flower-pop di stampo internazionale che tradisce molte passioni. Quella per The Smiths (Darling), per le derive cantautorali di Suzanne Vega e Jeff Buckley (Out of the Blue) fino agli inevitabili fraseggi di Cranberries, in buona parte della tracklist. 
La voce di Ginevra, sia pure con qualche asprezza, ha una timbrica molto interessante e ben si adatta al genere scelto. Ci sono molti momenti in cui lascia cadere i timori di trovarsi di fronte all’ingombro enorme del microfono della sala di registrazione per liberarsi in interpretazioni davvero emozionanti: La bella ballata Shaaryia è sicuramente uno dei numeri più riusciti del pacchetto, assieme alla cavalcata Tex-Mex Stale Smell, con tanto di controcanto di tromba (Giordano Sartoretti), che si presenta con degli interessanti break ritmici.
L’uso dell’inglese, piuttosto incomprensibile vista la cura messa nella confezione dei testi, è sorretto comunque da una buona pronuncia. Come al solito ho cercato di immaginare queste stesse canzoni cantate in italiano pensando che ne verrebbe fuori qualcosa in grado di fare davvero la differenza in un panorama, quello nostrano, praticamente esangue. Anche i credits dell’album sono tutti in inglese, forse nella speranza di trovare spazio fuori dai confini italiani. Un’ipotesi che sicuramente auguriamo anche se ci riserviamo la segreta speranza di sentirli, prima o poi, affrontare la nostra bella lingua.

Ma questo, se volete, non è che un piccolo dettaglio: la pasta c’è, si tratta di trovare le mani giuste per lavorarla e allora, davvero, non ce ne sarà più per nessuno.

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