Etichetta: 4AD
Tracce: 9 – Durata: 29:17
Genere: Folk Rock
Voto: 7/10

Beirut, il progetto di Zach Condon, giunge al quarto capitolo di una discografia rada (seppur disseminata da un buon numero di EP) ma molto peculiare con un disco, No No No, che riesce a confermare le qualità musical-narrative della band rimanendo educatamente ancorato alle sonorità e all’immaginario dei precedenti capitoli.
Un po’ grazie alla peculiare pasta vocale di Condon, un po’ per le ricerche musicali di stampo etnico, capaci di spaziare dal caraibico (No No No) all’easy listening a stelle e strisce (August Holland), questo disco è un concentrato di musica confortevole che, pur senza grossi scossoni sperimentali, riesce a restituire una mezz’oretta di piacevole ascolto.
Il progetto è facilmente assimilabile alla nuova canzone americana, quella che parte da Rufus Wainwright e arriva a The Decemberists, cercando di proporre qualcosa che riesca a far colpo sulla memoria storica prima ancora che sul nostro stupore. Sono nove brani esili e piacevoli che nascono nell’intimità della cameretta per svilupparsi in arrangiamenti educati e senza troppi fronzoli, pronti ad insinuarsi nelle playlist domestiche con grande leggerezza.
La strumentale As Needed di primo acchito sembra un riempitivo ma ascoltandola nell’ordine impostato dalla tracklist appare come un perfetto diversivo che si insinua con precisa efficacia nella sequenza. Ognuna delle canzoni ha la capacità di inventare un mondo a parte lasciando, però, che tutte assieme riconducano a un prodotto molto omogeneo. 

Non è sicuramente questo il disco che tramanderà i Beirut ai secoli futuri ma è davvero difficile non affezionarsi alla sua docile compostezza, alle trame soffici dei suoi svolgimenti e delle sue storie che culminano, probabilmente non a caso, con il numero conclusivo (So Allowed) che ha tutte le carte in regola per diventare un piccolo must da concerto. Un canto da cowboy urbano, intriso di fiati ed archi suonati svogliatamente, in un crescendo di rara eleganza. 
Qualcuno sostiene che dopo così tanto tempo (il precedente The Rip Tide è di cinque anni fa) fosse lecito aspettarsi qualcosa di più. Per me, invece, ritrovare una così garbata familiarità è un modo egregio per farmi sentire proprio nel posto giusto.

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