Etichetta: Matador
Tracce: 14 – Durata: 45:57
Genere: Folk Rock
Voto: 7/10

Con gruppi come Yo La Tengo c’è poco da fare: sono una garanzia. Nel senso che sebbene sia considerabile la possibilità che il loro nuovo disco non sia il capolavoro che cambierà il corso della musica pop, con certezza ci troveremo al cospetto di un prodotto onesto e sincero, pieno di musica Rock affascinata dai suoni tradizionali del Nuovo Continente. Naturalmente la regola è valida anche per Stuff Like That There che, pur senza presentare grandi evoluzioni sonore, riesce a farsi largo negli ascolti quotidiani come fosse già un vecchio classico. Il suo punto di forza è quello, facilmente intuibile dal titolo, di riproporre materiale autografo (qualche pezzo già noto, in versione attualizzata, e altri del tutto nuovi) mescolato sapientemente a cover di band poco affini alla loro sonorità declinate al gusto e alla cifra della band di Hoboken. 
Gli esegeti si saranno sicuramente fatti venire in mente Fakebook del 1990 che aveva caratteristiche analoghe e del quale questo nuovo disco si propone come un ideale seguito, nonostante i venticinque anni che li separano. Una specie di riappacificazione con il passato, suggellata anche dal ritorno in formazione dello storico chitarrista Dave Schramm. Ma, parlare di ritorno al passato, nel caso di Yo La Tengo, è piuttosto aleatorio, trattandosi di una band che non ha mai particolarmente cambiato assetto e proposta. Sicché Stuff Like That There non è che il nuovo disco targato YLT che può essere comprato a scatola chiusa oppure serenamente ignorato, a seconda del rapporto che ognuno di noi ha con la loro musica. 
Ecco, in questo senso il disco è perfettamente a fuoco con anche la consapevolezza di avere qualche capello bianco in più che ben si adatta alla scelta di sonorità più pacate, senza sfrenatezze troppo rockettare, in funzione di un sound acustico e soave, dove anche la batteria rimane spesso in secondo piano per lasciare spazio agli arpeggi delle chitarre acustiche e alle sequenze melodiche di qualche funzionale pedal steel.
Ascoltandolo appare subito chiaro che l’intenzione non era esattamente quella di sorprendere, tutto è low-profile (in senso buono) e i colpi di genio sono riservati alle riletture di certi classici come I Can Feel the Ice Melting dei Parliaments o Friday I’m in Love di The Cure. Se vi sembra poco, considerate che a volte saper togliere finisce per essere una grande qualità. E qui di qualità ce n’è da vendere.

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