Etichetta: Warner Bros.
Tracce: 12 – Durata: 57:22
Genere: Pop
Voto: 7/10

Con 14 album ufficiali all’attivo, una storia che, tra alti e bassi, va avanti da 35 anni e la fatica di dover combattere spesso contro i pregiudizi, i Duran Duran arrivano a pubblicare uno dei migliori dischi della loro storia. Paper Gods ha solo il piccolo difetto di essere un po’ troppo preconfezionato, lasciando trasparire un lavoro di sala in eccesso ma, si sa, questo è il Pop e l’aspetto produttivo è sicuramente uno dei più rilevanti nell’oprazione di confezione.
Arricchito da ospiti di grido come John Frusciante (alla chitarra in ben quattro pezzi), Janelle Monàe (che duetta con Simon LeBon nel singolo Pressure Off), Mark Ronson (in sala di regia), Nile Rodgers (col quale collaborarono già altre volte) e Kiesza (che si adatta alla perfezione alle sonorita pop-glam della band), Paper Gods rimane un lavoro ben compiuto, capace di impressionare tutti quelli che li hanno sempre sottovalutati a causa di un passato da popstar sicuramente ingombrante e che non mancherà di entusiasmare chi, al contrario, ha sempre pensato a loro principalmente come una solida band.

Per la prima volta, in effetti, è difficile approcciarsi alla loro musica cercando i paragoni con i successi di ieri perché il quartetto di Birmingham ha puntato tutto proprio nella sperimentazione di verbi meno auotocelebrativi, impiantando un lavoro particolarmente creativo che fugge dai cliché del revival e cerca una via “matura” per la musica pop, che sia comprensibile tanto per il pubblico consolidato quanto per le giovani reclute. Quando ci cascano (è una trappola infingarda) succede perché Nile Rodgers suona la chitarra esattamente come lo faceva in Notorious ma, se lo conoscete, avete la risposta: Nile Rodgers suona la chitarra sempre come fosse in un disco degli Chic.
Ma lo stesso, le sonorità appaiono curatissime, la voce iconica di LeBon è vibrante e comunicativa. Le trame melodiche, poi, hanno un sapore molto moderno, le tastiere di Nick Rhodes stavolta non si accontentano di riempire con tappeti ingolfanti ma sperimentano soluzioni eleganti che mantengono la cifra stilistica senza diventare mai macchiettistiche.

Ci sono momenti meno riusciti, certo, ma nel complesso il disco scorre perfettamente coeso nella missione riuscita di portare a casa le soddisfazioni di apparire finalmente una band di grande esperienza. Un pezzo come Danceophobia, per esempio, non è un capolavoro ma ha una manifattura di superbo prestigio. Lo stesso si può dire di What Are The Changes? sebbene, nella sua atmosfera lunare da ballata pop, mostri qualche piccolo cedimento melodico (in questo senso riesce meglio Only in Dreams). Per (quasi) tutto il resto si percepisce un generale stato di grazia generato probabilmente dall’ottimo team produttivo e dagli ospiti azzeccatissimi.
Se tra i vostri amici c’è ancora qualche scettico, provate a fargli sentire Paper Gods a tradimento, senza svelare il nome della band e, probabilmente vi troverete al cospetto di qualcuno inerme di fronte a tanta contagiosa vitalità.

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