Etichetta: Sub Pop
Tracce: 12 – Durata: 57:02
Genere: Slowcore
Voto: 7/10

Antesignani di quello che oggi chiamiamo Dream Pop, i Low sono i paladini di uno Slowcore particolarmente evocativo che, se ha un difetto, nello specifico è quello di essere rimasto ancorato a una struttura compositiva vagamente avvizzita. Il nuovo disco, Ones And Sixes, però, si propone come un piccolo punto fermo nell’esposizione di una linea artistica che ha fatto molti più proseliti di quanto sia lecito immaginare.
Sicché, le dodici tracce di questo disco esprimono tutta la corposità della musica dei Low che riesce, quasi come in un miracolo annunciato, a riprendere le fila di un percorso musicale che, mai come adesso, dimostra la sua univocità. Tutto è chiarissimo fin da Gentle, la canzone che apre il disco, che si esprime come una litania macabra abbinando ritmi tribali a una tessitura elettronica che lasciano alla linea melodica il compito di raccontare una storia. Le parole sembrano didascalie e scorrono inermi sul rigo per aggiungere tensione, riuscendoci. 
No Comprende, subito dopo, rappresenta il piccolo capolavoro dell’album. Sembra il pezzo che i Radiohead vorrebbero scrivere da tanto e si manifesta come un vecchio blues rurale nascosto in una ballata funebre. Volutamente vengono occultati tutti gli orpelli di abbellimento e i suoni crudi e crudeli, con la voce lasciata appesa al suo destino, controbilanciano i vocalizzi femminili che ne addolciscono l’incedere. 
Con due brani come questi, in apertura, è facile immaginare che il resto dell’album abbia qualche cedimento (e ce l’ha) ma il mood è ben piantato, la nostra disposizione nei suo confronti è ben assestata. Ci piace lasciarci guidare da brani invernali e densi di mestizia che hanno il fascino più intenso della musica leggera, quella che si basa sugli accordi minori, e ci trascina in una emotività di grande impatto.
Così, la drum machine di Congregation, il sapore Bubble-Gum di What Part of Me e i cambi di direzione di Landslide pian piano trovano un senso e compongo un lavoro che mette pace tra chi cerca la canzonetta per accompagnare lo struggimento delle pene d’amore con chi pretende di ascoltare una musica che vada oltre le mere regole del mercato.
In tutto questo c’è un piccolo difetto nascosto in qualche evitabile lungaggine che, vista la durata totale di quasi un’ora, finisce col rendere la fruizione un tantino stancante. Ma, una volta identificati i momenti meno efficaci, rimane la soddisfazione di aver affrontato un album di indiscutibile qualità.

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