A Night at the OperaArtista: Queen
Etichetta: EMI
Anno: 1975

L’occasione per parlare di A Night at The Opera (titolo mutuato da un celebre film dei fratelli Marx), è offerta dal duplice anniversario che ricorre in questi giorni. Il 31 ottobre del 1975 usciva, con qualche settimana di anticipo sull’album, l’iconico singolo Bohemian Rapsody; l’LP, invece, sarebbe arrivato nei negozi il 21 novembre.
Odiato e amato in egual misura, A Night at The Opera è il quarto album dei Queen, quello che li portò definitivamente a quella notorietà che, solo pochi anni più tardi, sarebbe diventata planetaria.
L’album, nel progetto originario di Brian May doveva essere pubblicato come doppio LP ma la EMI decise di far uscire separatamente il secondo volume (intitolato, sempre riferendosi ai fratelli Marx, A Day at the Races) per evitare rischi di tipo economico.
Trattandosi dei Queen, questo timore oggi sembra ingiustificato ma a quel tempo la band stava vivendo un’autentica crisi dovuta al totale disinteresse della casa discografica che non riusciva a promuovere i loro dischi come avrebbero meritato.
Non so se dipendesse dal fatto che A Night at the Opera aveva indiscutibilmente qualcosa di più oppure se la pesante critica alla casa discografica mossa apertamente da Freddie Mercury nelle liriche della traccia di apertura (Death on Two Legs) fosse riuscita a centrare il bersaglio, sta di fatto che l’album esordì con parecchio chiacchiericcio attorno a sé. 
E infatti, proprio a causa della traccia di apertura, la EMI non voleva più pubblicare l’album. Dapprima chiese la rimozione del brano ed in seguito si accontentò di citare in giudizio il gruppo che pagò di tasca propria affinché l’album potesse uscire proprio come era stato concepito.
Non è mai stato chiarito se si tratti di leggenda o verità (o più semplicemente di una trovata promozionale); di fatto i Queen non erano ancora le star conclamate degli anni 80 e risulta difficile immaginarli mentre pagano fior di sterline (alla EMI!) per pubblicare un disco.
Però forse avevano ben chiaro il potenziale commerciale dell’album e magari avevano dato per scontato il suo successo. Lo stesso appare incongruente che dopo aver cercato di bloccarne l’uscita, la EMI (che già aveva speso la cifra più alta mai spesa per la produzione di un disco) avesse addirittura pensato di inventare una nuova via promozionale creando quello che la storia considera come il primo videoclip così come lo intendiamo oggi.
Se già da tempo si usava realizzare dei filmati per promuovere una canzone, quello girato per Bohemien Rapsody ebbe un tale successo che da quel momento in avanti divenne una pratica imprescindibile.
La canzone (uscita su 45 giri con qualche settimana di anticipo sull’album, il 31 ottobre), in effetti, è la punta di diamante dell’album e nel corso degli anni è stata più volte votata come miglior brano pop-rock di tutti i tempi.
La sua struttura arrivò come qualcosa di incredibilmente innovativo. La registrazione venne effettuata negli studi Trident di Londra, su un avveniristico banco a sedici tracce, e suddivisa in sei movimenti.
L’introduzione inizia con quindici secondi a cappella su un’armonia a quattro voci (tutte di Mercury) che sfocia nell’ingresso del pianoforte mentre il solista inizia a palesare il tema melodico e recitativo della canzone.
Il pezzo prosegue sotto forma di ballata mentre, quasi impercettibilmente al pianoforte si aggiunge la sezione ritmica lasciando la chitarra di Brian May arrivare solo dopo un minuto e mezzo a raddoppiare il tema del piano per poi sfociare nel famoso assolo che porta direttamente al momento clou del brano.
Freddie Mercury, assieme ai tre compagni, realizza un piccolo gioiellino di sovraincisione creando un siparietto operistico ironico e perfetto destinato a passare alla storia.
Introdotto da una nota di pianoforte sui quarti, la voce di Freddie inizia a cantare l’intermezzo più celebre del rock progressivo:

I see a little silhouetto of a man
Scaramouche, Scaramouche, will you do the Fandango.
Thunderbolt and lightning, very, very fright’ning me.
(Galileo.) Galileo. (Galileo.) Galileo, Galileo figaro
Magnifico.
I’m just a poor boy and nobody loves me.
He’s just a poor boy from a poor family,
Spare him his life from this monstrosity.
Easy come, easy go, will you let me go.
Bismillah! No, we will not let you go.
(Let him go!) Bismillah! We will not let you go.
(Let him go!) Bismillah! We will not let you go.
(Let me go.) Will not let you go.
(Let me go.) Will not let you go. (Let me go.)
Ah.
No, no, no, no, no, no, no.
(Oh mama mia, mama mia.)
Mama mia, let me go.
Beelzebub has a devil put aside for me, for me, for me.

Al termine di questa rivoluzionaria parte vocale, il brano vira soprendentemente nell’hard-rock con un riff, chiaramente scritto da Brian May, sul quale la voce di Freddie diventa più aggressiva e mostra la sua famosa estensione.
Per chiudere, ritorna la tonalità di si bemolle dell’introduzione e la canzone finisce nuovamente accompagnata dal pianoforte.
Un capolavoro kitsch che rimane comunque tra le cose più rappresentative del rock sinfonico degli anni 70.
Se pensiamo a quanto stava per succedere in Gran Bretagna a livello musicale e quanto il Punk sia riuscito a spazzare via tutto solo un anno dopo la sua uscita, risultano davvero incredibili le eccellenti condizioni in cui questo LP è arrivato fino ai giorni nostri.
A Night at the Opera era semplicemente perfetto per il momento in cui uscì. Diede il taglio necessario alla seriosità del rock progressivo, connotandolo come la baracconata che in fin dei conti era sempre stato e sobbarcandosi della responsabilità di scriverne la parola FINE nell’unico modo in cui si potesse fare.
La carica pacchiana e volutamente kitsch di brani in stile vaudeville come Lazy on a Sunday Afternoon e Seasides Rendezvous parla chiaro. Si tratta di qualcosa fuori dal tempo, con un cattivo gusto vagamente e furbescamente camp messo in scena con sontuosa galanteria britannica.
L’album ed il singolo andarono al primo posto della classifica, assicurandosi così anche la replica con il seguente A Day at the Races e il relativo 45giri (Somebody to Love).
I Queen, però, stavano già da un’altra parte e nel 1977 avrebbero dato alle stampe quello che sarebbe diventato il primo spartiacque della loro carriera, News of the World (Quello di We are the Champions e We Will Rock You) che presentava anche alcuni ammiccamenti al PunkRock (Shear Heart Attack di Taylor) e, soprattutto, i primi vagiti di accondiscendenza col mainstream che sarebbero poi arrivati definitivamente nel 1980 con The Game e il cambio di immagine visto per la prima volta nel video di Crazy Little Thing Called Love.
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(questo post è una replica – opportunamente modificato per l’anniversario – di quello pubblicato il 25 novembre di sei anni fa)

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