Etichetta: La Tempesta
Tracce: 12 – Durata: 49:56
Genere: Rock
Voto: 8/10

Nel nuovo capitolo firmato da Il Teatro degli Orrori, si respira una voglia intensa di riappropriarsi di una certa ruvidità espressiva dal lato degli arrangiamenti. Se l’aspetto lirico e vocale di Pierpaolo Capovilla rimane sostanzialmente quello puramente autoctono della band, ad emergere dal loro quarto album è qualcosa di estremamente crudo e crudele, con gli strumenti portati alle estreme conseguenze, frustati e violentati come fossero le armi necessarie a far sentire un urlo di disarmante incompostezza. Ma attenzione: è tutto solo apparente, funzionale alle parole imbizzarrite e a briglia sciolta pronunciate dal cantante.
Il Teatro degli Orrori è un disco che come titolo porta il nome stesso della band, non a caso. Più di ogni altra volta, infatti, l’opera di Antonin Artaud assume un ruolo di efficace ispirazione, lasciando che in scena scenda l’indignazione, il dispetto e l’autentico orrore della vita attorno a noi. Noi italiani, noi esseri umani, Noi più soli.
Differentemente dal precedente (Il Mondo Nuovo) dove la band cercava di mitigare l’ardire dei primi tempi con un linguaggio (musicale) che potesse arrivare a un pubblico più vasto, in questo album il Teatro sa di non aver più bisogno di spinte e di poter contare unicamente sul proprio nome, sulla propria fama (e nomèa), per concedersi il lusso di essere franco e libero di pigiare sul pedale del gas, sparando (e sparandole anche grosse, chi se ne frega?) contro tutto e tutti ma in un modo che suona totale ed efficace, mai finto o fintamente provocatorio.
Si mostra coraggio in proclami anche vagamente naif come “Sono cambiato io e, senza accorgermene, adesso sono di destra” urlato ne Il lungo sonno che porta un tostissimo sottotitolo come Lettera aperta al Partito Democratico dicendo, sostanzialmente, cose che girano tra i pensieri di tutti coloro che negli ultimi dieci anni hanno visto crollare i sentimenti politici di chi credeva in una ideologia che non esiste più. “Adesso sono di destra” dice Capovilla e, inveendo contro l’incapacità di tutti noi di adeguarsi a una stasi politica fastidiosa e disarmante, dice cose che meno di destra non si può… aspettando che cambiasse il mondo, che cambiassi tu. Anche quando cerca di toccare il nostro cuore, parlando dell’orrore della Guerra, la band ci mette il turbo e scatena il nostro livore nei confronti di un mondo che non guarda mai gli occhi di coloro che, della Guerra, prendono solo l’angoscia di rimando. Una donna, ispirata dalla foto di una ragazzina curda di 14 anni che, nonostante un mitra tra le mani, ignora l’aggressività del conflitto e si ferma davanti all’obbiettivo per servire un mondo (il nostro, quello occidentale) che disprezza e non si cura di una violenza tanto vomitevole.
L’ansia, la fatica, le cattiverie della vita sono messe in scena in un Teatro davvero degli Orrori che, come in uno spettacolo educativo, chiude con Una giornata di sole che è il brano di speranza che temevamo di non riuscire più a trovare. La pace sembra tornare, quasi come fosse la sigla della Domenica In post-atomica. 
Forse un po’ sovrabbondante: un disco così intenso e impegnativo godrebbe di maggior respiro con qualche minuto in meno. Difficile ascoltarlo fino in fondo senza sentirsi oppressi ma, con certezza, dopo che sarà finita l’ultima straziante nota, sapremo da dove cominciare per sentirci migliori.

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