opn_god2Etichetta: Warp
Tracce: 12 – Durata: 45:33
Genere: Elettronica
Voto: 9/10

In tempi di vacche magre, anche un fuoriclasse come Oneohtrix Point Never ha fatto ricorso a alcune buffe trovate per incuriosire il pubblico attorno al suo nuovo Garden of Delete già molti mesi prima della sua uscita. Daniel Lopatin (è il suo nome all’anagrafe), dal suo sito ufficiale, ha cominciato a pubblicare informazioni criptiche già dalla metà dello scorso agosto. Il più curioso consentiva di scaricare un pdf dal quale era possibile ricostruire il titolo dell’imminente album attraverso le parole di un misterioso Ezra che, dal suo blog, rilasciava interviste dalle quali venivano svelati elementi in apparenza misteriosi. Garden of Delete (il cui acronimo è -non casualmente- GOD) nasce con l’intento di apparire impenetrabile, suggerendo introspezioni mistiche mescolate a intenzioni cibernetiche confermate dai numerosi teaser che, sempre dal sito OPN, venivano pubblicati a scadenze regolari. A metà settembre, a rincarare la dose, apparve un lungo file audio con versioni MIDI di buona parte delle tracce del disco, spacciate per l’elemento extraterrestre inviato all’autore dall’Ezra di cui sopra e che, in questa occasione, veniva svelato come essere alieno.
Insomma: molta ironia e un buffo concept artistico che, da solo, giustificherebbe la nostra voglia di approfondire. La cosa ancora più interessante è che quando finalmente è arrivato il prodotto finito, ci siamo trovati per le mani un disco eccellente, dove la sperimentazione elettronica riesce a manifestarsi con la più letterale delle accezioni. 

Chi conosce OPN sa che il suo lavoro è realmente sperimentale, che le tecnologie moderne non bastano a mettere insieme sonorità tanto affascinanti e che i risultati si ottengono solo mettendo in campo il talento. Maneggiare così abilmente i suoni, i loop e tutte le diavolerie della sintesi digitale è solo apparentemente facile e per ottenere i risultati di Garden of Delete occorre una dimestichezza che oggi hanno davvero in pochi. Attriti ferruginosi, ruote dentate un po’ sdentate, suoni sintetici che emulano strumenti reali, gommosi pattern ritmici e ariose aperture di synt sono assemblate con una cura impressionante e una esemplare modernità. Cadere nel tranello della sperimentazione acusmatica, nella techno minimale o nell’ambient sarebbe stato davvero facilissimo ma Lopatin è riuscito nel compito di svicolare da qualsiasi espediente, dimostrando che il suo lavoro non è un imbroglio e che, semmai, si avvicina all’arte; quella forte e convincente che non rinuncia al lato ironico e sarcastico necessario a convalidarne la credibilità.

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