grant_gray_tickles2Etichetta: Bella Union
Tracce: 14 – Durata: 57:23
Genere: Pop
Voto: 6/10

Nell’approcciarmi a Gray Tickles, Black Pressure di John Grant devo abituarmi all’idea che ci troverò molte canzoni nello stile di Disappointing (il singolo uscito qualche mese fa con la featuring appena percettibile di Tracey Thorne) vale a dire una sorta di electro-pop vagamente indirizzato alla IDM ma con l’ossatura saldamente legata al songwriting classico dell’autore. E mi disturba.
Riconosco che è un problema marginale, oltre che totalmente soggettivo, ma trovo che la timbrica e la scrittura di Grant non siano molto indicate a questo genere. Poi lo ascolto e comprendo quasi alla perfezione l’intento “arty” del progetto, che punta a sottolineare ad ogni pié sospinto un aspetto volutamente sarcastico per il quale il linguaggio electro appare bislacco e volutamente fuori registro.
L’immagine di copertina, da sola, parla piuttosto chiaramente: un signore di mezza età (Grant stesso) che si presenta con gli occhi incandescenti, organi in grado di vedere e di guardare oltre i normali limiti umani, per scoprire debolezze e frustrazioni dell’essere umano, incluso quello racchiuso nell’intimità di se stesso. 

Lo stesso, mi trovo a disagio con una produzione che fa della desolazione la sua arma principale. La voce baritonale dell’ex Czars è spesso fuori parte e se il gioco appare causticamente efficace in una o due tracce, esteso alla quasi totalità dell’album, non porta a compimento l’intenzione, finendo per solidificarsi in una forzata vacuità.
Attenzione: non è una questione di elettronica sì o elettronica no. L’elettronica calzerebbe benissimo a Grant. Il problema è proprio l’utilizzo vagamente (ma intenzionalmente) ingenuo che ne viene fatto, preferendo i sequencer anni ’80 a una reale ricerca sui suoni. Perché, se non sei David Bowie, l’opzione low-profile diventa un’arma a doppio taglio che finisce per offuscare la credibilità. E infatti, quando Grant si riappropria di un linguaggio meno estremo (Gray Tickles, Black Pressure e Magma Arrives, solo per citare due titoli emblematici) la forma appare più indicata e la sua cifra più a fuoco sebbene, anche in questi casi, manchi un po’ il senso della misura. 
John Grant sa scrivere e le sue canzoni hanno una meravigliosa componente lirica. Anche a livello compositivo si percepiscono alcune soluzioni che evidenziano una conoscenza della materia da manuale e, a maggior ragione, non sembra efficace la componente electro-pop, soprattutto quando manca quella ironica (che comunque sarebbe stata altrettanto fuori luogo, dati i temi trattati).
Intendiamoci, non si tratta di un disco senza speranze. Chi, come il sottoscritto, apprezza Grant ha sempre modo di trovare il lato buono. Il problema è che sembra un disco fatto per stupire a tutti i costi con dei provini fatti a casa lasciati provocatoriamente in fase embrionale quando sarebbe bastato metterci un po’ di anima per farli diventare dei monumenti emozionali. O forse, chissà, semplicemente John Congleton non era il produttore più indicato a cui affidarli.

.
[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=U2Ig4sMURdc%5D