La recensione di ★  è stata scritta prima di ricevere la notizia della scomparsa di David Bowie, che ovviamente mi lascia interdetto.
Da lui, forse, un’uscita di scena di questo tipo ce la dovevamo aspettare.
Non ci sono molte parole da aggiungere a quelle dell’immenso coro di persone, fan e appassionati di musica pop che, da questa mattina piange una delle sue più incommensurabili figure.
Buon viaggio David.

Etichetta: RCA / Columbia
Tracce: 7 – Durata: 44:40
Genere: Pop Rock
Voto: 7/10

, il venticinquesimo album di studio di David Bowie nasce, a differenza del suo predecessore The Next Day, con un programma promozionale di forte impatto, rilasciando anteprime, annunci e notizie con cadenze regolari. Il primo (vero) brano pubblicato, la title track Blackstar, è un brano complesso e articolato che ha lasciato tutti a bocca aperta. Praticamente tutti hanno pensato/temuto ad una virata sperimentale in odore di Scott Walker, salvo poi rendersi conto che si trattava “solamente” di un brano in cui Bowie s’è divertito a mettere insieme alcuni aspetti della sua multicolore poliedricità: una suite di dieci minuti suddivisa in movimenti in cui l’autore mette in scena buona parte delle sue attitudini passando da quelle cupe della Trilogia Berlinese fino alle derive musical-kitch di Absolute Beginners il tutto condito in un pastiche ridondante che in mano a chiunque altro sembrerebbe pacchiano e che invece attraverso Bowie suona ben più che credibile.
Bowie non ha certo più bisogno di dimostrare nulla e con sembra essersi finalmente rasserenato nei confronti del suo personaggio, lasciando che scorrano con maggiore libertà tutte le intuizioni e le contaminazioni di cui le sue canzoni necessitano, ponendosi più soavemente al servizio di quello che è il suo lavoro. Il disco suona moderno senza che siano stati sfruttati i dettami della musica pop odierna. Se in passato anche Bowie ha provato a cavalcare qualche moda (penso alla Dance di Let’s Dance o al Trip Hop/Jungle di Earthling) ora sembra rassicurato e si lascia andare. Abbonda coi sovradosaggi, anche quando appaiono davvero fuori fuoco, e chiama Donny McCaslin a far la parte del leone e “riempire” di sassofono praticamente tutte le sette tracce del disco. E quando pretende di avere in studio uno come James Murphy, lo mette a suonare le percussioni. 
non è un disco semplice; sicuramente non è perfetto. Se da un lato ci si stupisce di ritrovarci due brani già ascoltati nella recente operazione Nothing Has Changed (i rifacimenti di Sue e di Tis a Pity She’s a Whore), dall’altra ci sembra il segnale evidente dell’urgenza dell’autore di rimettersi in gioco, di tornare in scena con qualcosa che potesse in qualche modo essere memorabile quanto lo furono i suoi maggiori classici. Ecco, a scanso di equivoci, direi che quei fasti restano giustamente lontani e Bowie oggi è una specie di Frank Sinatra del nuovo millennio che, contrariamente all’originale, non intende in alcun modo perdere dignità, ancorandosi con tutte le forze alla sua voglia di scoprire.
A ben sentire, dunque, l’album è molto meno sperimentale di quanto i preview potessero lasciar intendere e la cosa è in qualche modo rassicurante perché Bowie è un eccellente autore, nel suo ambito è forse il più importante dell’intera scena internazionale, e quando questa grandezza è così universalmente riconosciuta, il rischio di rimanerne vittima è altissimo. Sicché s’è arrogato l’incarico di scombinare le aspettative. Un “The Next Day – Volume 2” avrebbe probabilmente accontentato un numero maggiore di persone (discografici inclusi) e (proprio per questo) Bowie scrive un album sotto tono, inzuppato di divagazioni jazzy (ma non jazz), orchestrazioni complesse, guizzi rock, deliri al limite del prog riuscendo e mettersi in disparte pur rimanendo sempre al centro della scena con un risultato che ottieni solo se ti chiami David Bowie.