David Bowie in 1973
Provateci voi a scrivere qualcosa, oggi!

Per quel che mi riguarda, ho finito le parole, quindi mi ripeterò, riprendendo alcuni post in cui, durante questi anni, ho parlato di David Bowie. Buona lettura.

LOVE YOU TILL TUESDAY
Artista: David Bowie

Etichetta: DERAM
Anno 1967
Post del 17 giugno 2009

Love You Till Tuesday è un formidabile brano pop a metà strada tra Ray Conniffe i Pink Floyd che mette in risalto le grandi capacità di scrittura del giovane David Bowie oltre alla sua attitudine a diventare una superstar.
Il testo è splendidamente scritto e, se consieriamo che il disco uscì nel giugno del 1967 (la cosiddetta Estate dell’Amore), non possiamo fare a meno di notare già una certa avanguardia: mentre il mondo intero si sperticava in messaggi di pace e amore che stavano diventando sterili e stereotipati, Bowie scrisse in controtendenza dei versi che, sì potevano richiamare il cosiddetto amore libero ma utilizzando un linguaggio maschilista e cinico.
La versione originale del brano apparve sull’LP David Bowie (1° giugno1967) anche se ad uscire su 45giri fu una nuova registrazione fatta due giorni dopo l’uscita dell’album e che comprendeva alcune modifiche al testo oltre ad un nuovo (splendido) arrangiamento per orchestra (Ivor Raymonde).
Si tratta del primo disco di David Bowie accolto da recensioni positive. In Gran Bretagna tutta la stampa lo accolse con grande favore e quando a settembre venne pubblicato anche in USA, furono in molti a parlarne bene.
Oltre oceano, tra l’altro, venne molto ben accolta anche la facciata B (Did You Ever Have a Dream) che ha rischiato in qualche occasione di essere apprezzata più della principale.
Alla DERAM, l’allora etichetta discografica di Bowie, avevano intuito il potenziale commerciale della canzone e decisero di investire parecchi soldi per la promozione.
Venne realizzato un video (sebbene allora non si chiamasse così) di mezz’ora diretto da Malcolm J. Thomson nel quale si vede il giovane David che, in splendida forma, comincia a prendere coscienza delle sue capacità di performer.
Il film era destinato alla televisione ma una serie di contrattempi fecero in modo che venisse relegato solo a qualche proiezione semi-clandestina in qualche sala londinese rimanendo di fatto inedito fino alla sua apparizione in VHS nel 1984.
Per questa ragione naufragò anche l’edizione destinata alla Germania per la quale, nel 1968, Bowie incise il 45giri in lingua tedesca. Bowie ricantò, sulle basi realizzate per il singolo, i testi adattati per l’occasione da Lisa Buschma le due canzoni (Lieb’ Dich bis Dienstag e Mit mir in Deinem Traum) non vennero mai pubblicate.
Nonostante l’ottima accoglienza della stampa e gli sforzi della casa discografica, Love You Till Tuesday  non funzionò non entrò mai nella Top 100, Lo stesso per l’album.
La DERAM decise di sciogliere il contratto e licenziare Bowie.
Quando l’anno seguente la RCA pubblicò Space Oddity, alla DERAM finirono col pentirsi e a riprova di ciò, per molti anni, si accanirono sul materiale di loro proprietà.
Nel 1975, ad esempio, fece nuovamente capolino anche Love You Till Tuesday (come facciata B di The London Boys, altro brano del primo album) che, trascinata dai favori per Diamond Dogs e Young Americans, finì anche per fare la sua prima apparizione in classifica.

 

PIN UPS
Artista: David Bowie

Etichetta: RCA Victor
Anno: 1973
Post del 15 settembre 2010

In un momento storico in cui i cover album vivono un momento di inquietante diffusione, voglio parlare di quello che nella storia del pop è considerato il primo album concepito in questa maniera.
In realtà fino a qualche anno prima (fino alla metà degli anni 60, più o meno)  questa  era la consuetudine e le eccezioni erano invece gli album contenenti materiale autografo. Ma. Pin Ups di David Bowie concretizza, per la prima volta, una raccolta di rifacimenti nella forma di concetto, di opera a sé stante ed è oggi considerato il capostipite del cosiddetto album di cover.
E come capostipite, diciamo, ha anche il merito di farci stare sempre all’erta nei confronti di operazioni come questa dal momento che, a meno di una personalità debordante e formidabile, la probabilità che il confronto con le opere originali sia a sfavore è piuttosto elevato.
Pin Ups, in questo, non fa eccezione ed è considerato il momento più basso della carriera del Duca Bianco, denigrato perfino dai più accaniti sostenitori che insistono a preferirgli addirittura Reality.
Oggi voglio provare a spezzare una lancia in suo favore poiché, pur trovandolo effettivamente un disco debole, qualche senso all’interno dell’opera discografica di Bowie ce l’ha eccome.
Pensate all’anno in cui è stato realizzato: era il 1973. E pensate a cosa stava succedendo non solo nell’attività di Bowie ma nell’intero panorama del pop. Il quadro generale vedeva il Rock in fase di declino (o, per meglio dire, massificazione)  e le sue correnti più entusiasmanti come il Glam e il Prog si stavano pian-piano avviando al tramonto. Il mondo della musica leggera, adagiato sugli allori delle invenzioni dei grandissimi dell’epoca (Pink Floyd, Frank Zappa, Genesis e King Crimson), stava cominciando ad arrancare e la capacità di guardare avanti era privilegio di pochi eletti.
Sicchè Bowie (che eletto era) ci provò facendo, quasi in controtendenza, un salto nel passato.
Quelle di Pin Ups sono canzoni di illustri colleghi sebbene siano gli antipodi dell’hit. Bowie le pescò nelle facciate B e nei solchi dimenticati dei dischi di un giovane David Jones (che passava i sabato sera al Marquee quando a suonare ci andava gente del calibro di The Who, The Kinks e The Yardbirds) cercando di fare di necessità, virtù.
Il disco, che inevitabilmente fece morire Ziggy Stardust (e diede l’addio a The Spiders From Mars) lasciando che il suo artefice potesse concedersi il lusso di reinventare la musica pop, fece da spartiacque tra il glam rock di Aladdin Sane  e il formidabile soul di Diamond Dogs e Young Americans. Il resto è storia.
Oggi essere distaccati e comprendere il significato di Pin Ups è sicuramente più facile di allora, quando la sua apparizione destò solo scompiglio e qualche arruffata incomprensione. A rimettere a girare il disco adesso, quando sappiamo quello che è successo nella musica di Bowie negli anni seguenti, anche la versione di See Emily Play(Pink Floyd), che all’epoca scandalizzò più o meno tutti (sottoscritto incluso) o l’assurdo trattamento cui sono state sottoposte I Can’t Explane (The Who)  e Where Have All The Good Times Gone (The Kinks), ci sembrano passi fondamentali per la crescita artistica di uno dei più importanti innovatori della musica giovanile.
E scusate se è poco.

Curiosità:

PIN UPS è il primo disco che la RCA ha pubblicato nel formato Compact Disc.
La ragazza in copertina con Bowie è Twiggy, supermodella dell’epoca.
Durante le session venne registrata anche White Light/White Heat di The Velvet Underground ma poi non venne inclusa nella scaletta. Bowie regalò la base strumentale a Mick Ronson che la cantò ed incluse nel suo album solista Play Don’t Worry.
Pochi giorni dopo l’uscita dell’album venne pubblicato un disco solista di Bryan Ferry, all’epoca in forza ai Roxy Music, che come PIN UPS era composto di cover.
PIN UPS entrò in classifica il 3 novembre 1973, ci rimase per 21 settimane raggiungendo anche la prima posizione.
Vi fece ritorno dieci anni più tardi, in occasione della sua apparizione su Compact Disc, fermandosi però alla pozione 57. Meglio avrebbe fatto l’edizione rimasterizzata della Rykodisc del 1990 che arrivò alla 53.

 

STATION TO STATION – DELUXE
Etichetta:  EMI

Tracce: 6 + 6 + 5 + 7 + 8   –   Durata: 38:17 + 37:48 + 17:23 + 42:25 + 40:41
Voto: 0/10
Post del 2 novembre 2011

Ecco qui un altro pietoso tentativo di prendersi gioco di noi.
La EMI, licenziataria dell’intero catalogo di David Bowie, ripubblica il suo decimo album, Station to Station, alla vigilia del 35° anniversario.
Il disco del 1976 rappresenta un autentico spartiacque nella carriera di Bowie, arrivando immediatamente prima della famosa trilogia berlinese (e in qualche maniera anticipandone i toni) rimanendo in qualche passaggio, legato alle divagazioni funk del precedente Young Americans.
Composto di sole sei tracce (di cui una cover), Station to Station comincia ad esplorare le sperimentazioni del kraut-rock, con ritmi marziali e suoni sintetici tipici di gruppi come Kraftwerk e Neu!.
Non mi soffermerò a parlare del valore dell’album originale perché qui vorrei semplicemente mettervi in guardia da una palese buggeratura.
Il disco torna in commercio in versione completamente rimasterizzata e ad una una notizia apparentemente accattivante come questa, si abbina una realtà dai toni a dir poco grotteschi: Station to Station – DeLuxe Edition è composto da cinque CD, tre LP, un DVD (niente filmati: solo le versioni 5+1, dolby surround di un album registrato su 8 piste analogiche!!), e venduto in un box che contiene anche varie repliche di biglietti di concerto, pass per il backstage, biografie, cartoline, tessere del fans club e spillette appositamente studiato per giustificare un prezzo imbarazzante (più o meno 100 euro, dipende dal rivenditore) associato ad un’accozzaglia di oggetti di nessun interesse né valore.
L’unica cosa che merita un po’ della nostra attenzione è il transfert delle galvaniche originali del 1976 su master digitale che ravviva e migliora sensibilmente l’ascolto dello storico album. Tutto il resto è inutile, a cominciare dal transfert del 1985, vale a dire la versione tale e quale alla prima apparizione dell’album su CD del 1985.
In verità dovremmo avere qualche parola buona per Il concerto al Nassau Coliseum di New York, che è un’ottimo documento della presentazione ufficiale dell’album, se non fosse che la registrazione girava già da parecchio anche su Internet e i fan più accaniti  avevano avuto modo di procurarselo in altri modi, tutti più affascinanti.
Il consiglio è quello di lasciare questo scatolone sugli scaffali dei negozi, sperando che serva da monito alla EMI e alle altre consorelle che insistono a crederci cretini.
Qualora la vostra fansitudine riuscisse ad avere la meglio sulla vostra ragione, optate almeno per l’edizione “semplice”, venduta come triplo Compact Disc ad un prezzo dignitoso, che comprende il nuovo transfert dell’album e il doppio CD col concerto al Nassau Coliseum.

Scaletta e suddivisione completa delle tracklist (nelle varie edizioni) le trovate su Wikipedia.

 

 

TOY
Post del 28 marzo 2011

Toy non è il nuovo album di David Bowie ma è molto noto ai fan del Duca Bianco per essere il famoso disco rifiutato dalla Virgin nel 2001. Quello, in poche parole, che ha costretto il musicista a rifare tutto daccapo e a generare un disco completamente diverso (Heaten).
Da qualche giorno, però, Toy è spuntato misteriosamente in rete e c’è chi giura sia pure molto bello, sicuramente migliore dell’uscita ufficiale che lo ha rimpiazzato.
Io non l’ho ancora sentito: francamente dopo il 1982 è un po’ calato il mio interesse per la musica di Bowie (e lui non ha fatto un granché per ridestarlo) ma, se voi siete interessati, non dovrò certo insegnarvi i metodi per trovarlo.
In effetti capisco che chi ha continuato a seguire Bowie anche nelle recenti deboli manifestazioni, possa andare in brodo di giuggiole di fronte a una tracklist piuttosto stuzzicante che comprende canzoni scritte dall’artista ad inizio carriera (tra il 1965 e il 1970), alcune delle quali mai pubblicate, altre finite su qualche lato B, tutte riarrangiate e risuonate nel 2000.
Qui sotto potete leggere nel dettaglio:

1. Uncle Floyd: in seguito rifatta col titolo di Slip Away, ed inserita in Heathen.
2. Afraid: in seguito inserita (identica) in Heathen.
3. Baby Loves That Way: Scritta nel 1965 all’epoca dei Lower Third, pubblicata come b-side del singolo giapponese Everyone Says Hi.
4. I Dig Everything: pezzo scritto nel periodo Pye (circa 1966), mai registrato fino al 2000.
5. Conversation Piece: uscì come lato B di The Prettiest Star nel 1970, questa nuova versione, incisa appositamente per Toy sarebbe poi finita sulla versione deluxe di Heathen.
6. Let Me Sleep Beside You: remake di un brano del 1967, mai pubblicata prima.
7. Toy: già disponibile su iTunes come bonus di Reality.
8. Hole in the Ground: cover di una canzone del 1970.
9. Shadow Man: cover di una canzone del 1971, già uscita come b-side sui singoli Slow Burn e Everyone Says Hi.
10. In the Heat of the Morning: cover di una canzone del 1968, mai pubblicata prima.
11. You’ve Got a Habit of Leaving, un’altra cover del 1965, anche questa inserita nella b-side di Slow Burn eEveryone Says Hi.
12. Silly Boy Blue: cover di una canzone del 1968, mai pubblicata prima.
13. Liza Jane: cover di una canzone del 1964, mai pubblicata prima.
14. The London Boys: cover di una canzone del 1965, mai pubblicata prima.

 

THE NEXT DAY
Etichetta: ColumbiaRCA

Tracce: 14 – Durata: 53:09
Genere: Pop Rock
Voto: 10/10
Post del 6 marzo 2013

Ebbene, il disco meno atteso della storia, quello sul quale avevamo messo una pietra sopra, in poco più di un mese è diventato quello più desiderato e bramato. Diciamocelo francamente: l’idea che David Bowie avesse abbandonato le scene, anche alla luce dei pallidi risultati ottenuti dalle sue ultime uscite, era una cosa che ci faceva piacere. Saperlo in pace con sé stesso, in “pensione”, conscio di essere stato tra i personaggi più influenti della musica leggera del XX secolo, ci riempiva di orgoglio. Finalmente UNO c’era riuscito: lasciare un buon ricordo di sé, evitando di pubblicare dischi solo per mere regole contrattuali, sembrava la scelta più sensata, la ragione per la quale ci sentivamo ancor più  di ammirarlo. Ed è per questo che, quando apparve a sorpresa ed inaspettata la notizia di The Next Day, abbiamo tutti tremato un po’, timorosi di dover affrontare un lavoro senza grandi sussulti (come Heaten) o addirittura infelice (come Reality). La canzone che lo ha annunciato al mondo (Where Are we Now?), ci ha messo un po’ di tranquillità, proponendosi come un brano dall’aria un po’ dimessa ma di grandissima onestà. “E’ il meglio che abbiamo avuto da lui da parecchi anni in qua”, era il commento più frequente. Si tratta, più che altro, di un pezzo in cui Bowie annuncia di essere tornato a scrivere musica con la passione che si chiede a chi fa il suo mestiere e di averlo fatto, per la prima volta, alla luce della sua grandezza, cedendo alla tentazione di raccontarsi e di mettersi in luce, sotto i riflettori che finalmente riescono a far risplendere la sua biografia.
Fin dalla stupenda copertina, il concetto di The Next Day appare evidente: David Bowie riprende in mano David Bowie e trascrive in grande stile la sua storia, o almeno quella parte della sua storia che a noi sta più cara, quella del periodo RCA (marchio che, non a caso è lo stesso di questo nuovo disco, almeno nell’edizione britannica), di un musicista illuminato, di una musa immensa di deflagrante inventiva. Ma… attenzione: l’inventiva non è più la chiave con cui si affronta un disco di Bowie. Non questo disco. Qui il DucaBianco si diverte a contrapporsi al Dorian Gray di Oscar Wilde, lasciando che il suo ritratto ritorni ad essere un’opera statica, evidenziando, con le rughe sulla sua fronte e non su quella del quadro, tutte le volte in cui nella sua carriera è stato un innovatore, riprendendo le chitarre acide dei suoi Mostri Spaventosi (The Next Day), ribadendo le atmosfere dark riscontrate negli anni 70 passando di Stazione in Stazione (Love is Lost), richiamando in scena Ziggy (Valentine’s Day) per ricordare di quando tracciava il profilo dei Giovani Americani (I’d Rather Be High) e fare un giro nella sua Berlino (Heat) con un velo di ombretto e di mascara per rendere glam perfino gli Shadows (How Does the Grass Grow?). Così tutto torna semplicemente a posto, ogni cosa è riportata a casa da un Bowie a cui abbiamo sempre chiesto di stupirci e che adesso ci riesce nella maniera che meno ci saremmo aspettati da lui, vale a dire facendo il verso ai sè stessi del passato, proiettandosi nel futuro. Probabilmente nessuno di noi avrebbe potuto immaginare la qualità, la grazia e la perfezione con cui Bowie celebra la sua biografia e finché non lo ascolterete continuerà a sembrarvi impossibile che anche una palese citazione di Five Years (sul finale di You Feel So Lonely You Could Die) sembri tutto fuorché patetica.
D’altra parte i testi non lasciano adito a dubbi: Bowie si sente invecchiato, canta gli anni che passano, la paura della morte, le difficoltà e l’orrore di vedere la gioventù svanire dai ricordi, il fardello di dover far fronte al sé stesso-star che cerca di rimanere inutilmente prestante, stanco di doverlo assecondare con insistente credibilità.
Ecco perché questo disco è un capolavoro. Non è la musica che lo decreta tale, quanto piuttosto il sublime acquerello che ne delinea i contorni, delicato e compiuto, gratificante per noi che restiamo a guardarlo come si guarda un film, cercando di proteggerlo dal tempo che lo scolora lentamente ed assicurandoci la possibilità di ammirarlo per molti e molti anni a venire.

 

LOW
Artista: David Bowie

Etichetta: RCA Victor
Anno: 1977
Post del 14 novembre 2013

Low, l’undicesimo album in studio di David Bowie (nonché prima pietra della cosiddetta Trilogia di Berlino) è senza alcun dubbio uno dei fondamentali spartiacque della musica giovanile, nato in un periodo storico critico e difficile sia per la carriera di Bowie che per l’intero panorama del Rock’n’Roll.
Era il 1976 quando David, stremato da un tour impegnativo come quello a supporto dell’album Station to Station, decise di prendersi un momento di stacco tornando in Europa, dopo un lungo soggiorno a Los Angeles. Assieme all’amico Iggy Pop, più o meno nella sua stessa situazione personale, affronta un ricreativo viaggio in treno, Station to Station, attraverso il Vecchio Continente scegliendo di fermarsi a Berlino (ancora con un muro che divideva l’est dall’ovest) per disintossicarsi dagli eccessi e ritrovare la linfa creativa. Forse nemmeno lui aveva idea delle opportunità che gli avrebbe offerto quella città, fatto sta che dopo l’estate del 1976, si decise a convocare Coco Schwab (sua assistente) e il produttore Tony Visconti in uno studio di registrazione in Francia (Chateau d’Herouville, nella campagna vicino a Parigi) per cominciare a dar sfogo a un’onda creativa tra le più brillanti della sua carriera.
In un momento in cui aveva cominciato a lavorare anche su lunghe composizioni elettroniche strumentali destinate alla colonna sonora del film L’uomo che cadde sulla terra (nel quale recitò in veste di protagonista), chiese a Brian Eno di collaborare alla stesura di alcuni brani che da quel progetto erano rimasti esclusi. La collaborazione, però, si limitò a qualche piccolo consiglio: Eno suggerì l’utilizzo di alcuni strumenti all’avanguardia e fece da consulente in una materia nella quale era il numero uno, coinvolgendo Bowie nelle bislacche teorie delle sue Strategie Oblique.
Contrariamente a quanto si può immaginare, Eno contribuì pochissimo alla stesura compositiva di Low con un unico brano scritto effettvamente a quattro mani (Warzawa). La sua influenza, però, fu determinante per l’indirizzo moderno preso dall’album e avrebbe portato i due a collaborare massicciamente nei due album successivi, coi formidabili risultati che conosciamo.
C’è una netta distinzione sonora tra la prima e la seconda facciata di Low, tanto che nei nastri che contengono i master appare ancora oggi il titolo provvisorio dell’album, New Music: Night and Day, cambiato poche settimane prima dell’uscita in Low. Bowie, prima di arrendersi alla convenzione che oggi vede riconosciuto universalmente l’album con quel titolo, provò a spiegare che in realtà il titolo era Low Profile, come si evince dall’abbinamento tra la parola LOW e la foto di copertina (un suo “profilo” tratto da un fotogramma del film L’uomo che cadde sulla terra). Bowie, dopo gli eccessi del glam rock, della sovraesposizione mediatica cui era stato sottoposto negli ultimi anni, sentiva il bisogno di esprimersi con mezzi essenziali, lavorando con un gruppo ristretto di musicisti, in uno studio in cui non ci fossero pressioni editoriali. Togliere l’abbondanza per lasciare il cuore della musica, era diventato necessario. Per lui questo “Basso Profilo” era chiave per aprire le porte di una nuova ispirazione, necessaria alla realizzazione della sua musica.
I brani della facciata uno contengono un universo di creatività: il Rock elettrico non era mai stato così crudo. Solo il Punk Rock inglese era riuscito ad asciugare così tanto il prolasso musicale della musica rock di quegli anni, ma Low faceva ancora di più, sperimentando in ambiti che erano lontani dal Punk ma perfettamente in linea con la sua filosofia musicale. Vennero eliminati tutti i fronzoli inutili e asciugate tutte le derive virtuosistiche. Niente assoli di chitarra, nessun eccesso produttivo, pochi interventi aggiuntivi ma più che altro una ripresa (quasi in) diretta delle session in sala di incisione. I brani sono fulminei, usciti dagli amplificatori pochi secondi dopo essere usciti dalla pancia dei musicisti. Bowie dirige, coinvolge e assembla. Lascia una quantità di materiale sui nastri e poi, con calma, seleziona, taglia e cuce fino a ottenere la pietra miliare che oggi conosciamo.
La facciata due, come già detto, è di tipo completamente diverso: mette in luce l’amore che aveva colpito Bowie per la musica elettronica tedesca. Sono evidenti certi riferimenti ai Kraftwerk e ai Tangerine Dream ma, anche in questo caso, l’operazione dell’autore verteva a una lettura personale, rendendo l’opera particolarmente innovativa. Saranno molti i gruppi e i musicisti che trarranno ispirazione dalla musica del lato B di Low e in particolare i giovani esponenti della corrente New Wave inglese, da The Human League a Thomas Leer, dagli Ultravox! ai Throbbing Gristle.
Bowie realizzò un’opera talmente lontana dalla sua consuetudine da lasciare un segno incredibile forse anche ai suoi stessi occhi.
La RCA gli chiese un brano da pubblicare come singolo e Bowie scelse Sound And Vision. La scelta, però, venne fortemente osteggiata dai dirigenti dell’etichetta a causa della lunga introduzione strumentale che rendeva la canzone poco adatta alle programmazioni radiofoniche. Dopo aver tentato di farlo capitolare, in favore di Breaking Glass, provarono a convincerlo a effettuare un editing per accorciare l’intro ma, come la storia insegna, il singolo uscì nella sua versione ufficiale con David Bowie fiero di una rivincita goduta nei giorni in cui il 45 giri finì ai primi posti della classifica inglese , diventando il singolo di maggior successo commerciale della sua carriera.
Bizzarramente la canzone venne eseguita dal vivo durante il concerto di presentazione dell’album all’Earls Court di Londra per poi sparire fino al 1991, quando Bowie intraprese un lungo tour intitolato proprio Sound And Vision per il quale venne ripubblicato il singolo, arricchito con alcuni fortunati remix, tra cui quello storico degli 808 State. Da quel momento il brano divenne una presenza fissa di tutti concerti.
Recentemente  è uscita una nuova edizione di Sound And Vision che fa riemergere dalle piste alcuni strumenti come il pianoforte, rimasto escluso nel missaggio del 1977.

 

DAVID BOWIE NUOVO SINGOLO
Post del 10 settembre 2014

Sue (Or in a Season of Crime)
è il titolo della nuova canzone che David Bowie ha scritto appositamente per accompagnare un’operazione discografica volta a celebrare i suoi cinquant’anni di attività.
Nothing Has Changed (titolo mutuato dal testo di Sunday, traccia di apertura di Heaten) sarà una career collection senza precedenti, un greatest hits extra large che si aprirà con Liza Jane, timido esordio bowieano del 1964 (accreditato David Jones and The King Bees) e si chiuderà con il nuovo brano.
Sue (Or in a Season of Crime) uscirà anche come singolo il 17 novembre prossimo (il 18 in USA) e non mancherà l’inevitabile edizione limitata (in vinile 10 pollici) che sarà nei negozi il 28 novembre via Parlophone e conterrà anche l’ulteriore inedito, anch’esso registrato appositamente,‘Tis a Pity She’s a Whore più Let me Sleep Beside You che invece è inedito solo parzialmente, provenendo dalla session del famoso album perduto, Toy.
Sempre da Toy, due vecchi pezzi, Shadow ManYour Turn to Drive, in nuove registrazione del 2001, saranno invece rese disponibili con l’album. A differenza di Shadow Man, Your Turn to Drive appare già nella discografia ufficiale del Duca Bianco ma solo in edizione digital download. Su Nothing Has Changed farà dunque il suo esordio su CD/LP. 
L’immagine in alto non ha nulla a che vedere con l’artwork ufficiale di Nothing Has Changed. La grafica sarà resa pubblica nelle prossime settimane assieme a quella del singolo.
La notizia è arrivata piuttosto inaspettata, visto che la Warner ha annunciato solo qualche settimana fa l’imminente uscita della versione rimasterizzata in 4CD di Sound+Vision, raccolta uscita nel 1989 come doppio CD, oggi arricchita di brani pubblicati nei primi anni 90 che, alla luce di questa nuova pubblicazione, rischia di passare inosservata.
Tutti i dettagli su Nothing Has Changed con le tracklist delle diverse edizioni (singolo, 10″, doppio CD, doppio vinile oppure triplo CD deLuxe) le trovate nel sito ufficiale.

 

“HEROES”
Artista: David Bowie

Etichetta: RCA Victor
Anno: 1977
Post del 9 settembre 2015

“Heroes”, secondo capitolo della “Triologia berlinese” (assieme al precedente Low e al successivo Lodger) è anche l’unico ad essere stato registrato effettivamente a Berlino. La sua caratteristica più distintiva è quella di essere un album fondamentalmente improvvisato, nato in studio, man mano che le session progredivano. David Bowie si mise al lavoro su “Heroes” poco dopo aver terminato i missaggi di Low e, in questo senso, sono in molti a identificarlo come il suo logico proseguimento.
I membri della band erano Dannis Davis alla batteria, George Murray al basso, il fidato Carlos Alomar alle chitarre più due special guest, fondamentali per la compattezza del suono, come Brian Eno e Robert Fripp. Se il primo seguì passo passo tutta l’operazione di creazione, contribuendo in modo massiccio all’applicazione delle tessiture elettroniche, il secondo arrivò di corsa dagli Stati Uniti agli Hansa Tonstudios di Berlino (Ovest) dove aggiunse le sue parti (frippertronics guitar) in un solo giorno.
Queste due presenze, sia pure ingombranti data la forte personalità musicale di entrambi, Bowie riuscì ad adattarle al progetto per evitare che succedesse il contrario. L’intenzione primaria, durante la fase creativa, era quella di realizzare qualcosa che avesse realmente un sapore tedesco e l’autore passò molto tempo a studiare le registrazioni dei gruppi locali rendendo palese omaggio a due dei più importanti: Il titolo dell’album è un dichiarato omaggio a Hero dei Neu! mentre è proprio Florian Schneider dei Kraftwerk ad aver ispirato il brano V-2 Schneider che apre la facciata B. 
In tutto questo era precisa intenzione di far emergere dalle note del disco la cupa atmosfera che in quegli anni si respirava nella città tedesca con l’incombenza del Muro, simbolo inquietante della Guerra Fredda. Proprio per sottolineare la crudeltà della città divisa in due, Bowie ambientò la storia d’amore della title track proprio ai piedi dell’orribile Muro.
“Heroes” fu la prima canzone che venne incisa ma rimase allo stato strumentale fino all’ultimo giorno quando Fripp aggiunse le sue parti di chitarra e Bowie riuscì finalmente a completare il testo. Le virgolette presenti nel titolo furono aggiunte intenzionalmente per sdrammatizzare il concetto di eroe che altrimenti sarebbe risultato un tantino ridondante nel testo della canzone.
Come già era accaduto per il precedente Low, anche “Heroes” presenta alcune tracce strumentali dalle caratteristiche introspettive ed oscure (e dove la collaborazione di Brian Eno appare più evidente). Sono tre brani collocati al centro della facciata B (Sense of Doubt, Moss Garden e Neuköln) che accentuano l’intenzione Kraut dell’opera rimanendo comunque strettamente legati alla feconda matrice compositiva di Bowie. Il compositore americano Philip Glass, proprio partendo da queste tre composizioni, realizzò una riscrittura orchestrale dell’intero album confluita nella sinfonia “Heroes” Symphony del 1996.
Uscito quando in Inghilterra si cominciava a parlare prepotentemente di New Wave, la RCA lanciò “Heroes”accompagnandolo con una campagna pubblicitaria che recitava: “There’s Old Wave, there’s New Wave ad there’s… David Bowie” a sottolineare l’unicità (per altro riconosciuta e apprezzata anche dalle generazioni di nuovi musicisti) di uno dei maggiori autori della musica pop del XX secolo.
La foto della copertina, dichiaratamente ispirata al dipinto Roquairol di Erich Eckel, è opera del maestro della fotografia giapponese Masayoshi Sukita che scattò molte altre foto prima di scegliere quella definitiva, diventata un autentica icona del Rock’n’Roll, riutilizzata dallo stesso David Bowie per il concetto grafico legato al suo album del 2013, The Next Day.
“Heroes” fu accolto molto bene sia dalla critica che dal pubblico che lo portò fino alla posizione numero 3 della classifica ufficiale di vendita del Regno Unito e in posizioni di rilievo anche in quelle del resto del mondo.

R.I.P.