diiv_itia2Etichetta: Captured Tracks
Tracce: 17 – Durata: 63:38
Genere: Pop Rock
Voto 7/10

Quanto auspicato in sede di recensione del primo Oshin, si è verificato con i primi singoli usciti ad anticipare Is The is Are.
DIIV percorrono la loro strada lastricata di New Wave e Jingle Jangle riuscendo finalmente a trovare un tratto distintivo che consenta loro di far emergere una proposta artisticamente oculata.

Stavolta Zachary Cole Smith ha lavorato sodo e le canzoni, nonostante qualche vaga insistenza di autocompiacimento, risultano generalmente sempre piacevoli e convincenti.
Su temi (lirici) che si concentrano sul ritratto del quotidiano, si muovono tessuti armonici velatamente/volutamente ispirati dal Rock della sua rinascita anni ’80, contemplando R.E.M. (Healtly Moon), The Smiths (Valentine), U2 (Loose Ends), Joy Division (Dust) e soprattutto The Cure.
La cosa che questa volta convince è la sensazione che DIIV siano i portatori credibili di tematiche adolescenziali e turbolente che, in mano agli originali, oggi suonerebbero un tantino grottesche. Un modulo chiaro e perfettamente circoscritto che ha in questa “versione” la possibilità di arrivare al cuore del pubblico giovane il quale, plausibilmente, fatica a sentirsi dire da un vecchio di 55 anni spettinato e “truccato come una sciantosa” che i ragazzi non piangono.
I ragazzi piangono eccome, lo fanno oggi come lo facevano nel 1979 e DIIV sembrano il viatico perfetto per le strategie consolatorie dei ragazzi di oggi.
Che il linguaggio musicale sia pesantemente saccheggiato dal passato è un “difetto” che riscontrano solo i ragazzi di ieri, quelli che si sentono defraudati di un’emotività fuori dal tempo e che non riescono a concepirne la transitorietà generazionale.
Se considerate che DIIV non sono  inglesi ma americani di New York, tutto sembra avere un senso. Quel senso emulativo che somiglia al riscatto del Vecchio Continente che, dopo anni di devozione americana, dimostra di avere un’identità musicale delineata e distintiva.  In questo senso, il tributo all’epoca d’oro della New Wave britannica, diventa secondario, senza trascurare che Is The is Are riesce a toccare anche il cuore dei fan di Robert Smith i quali, volendo vederla come una strategia di marketing, sono pure parecchi.