post_pop2Etichetta: Loma Vista
Tracce: 9 – Durata: 41:44
Genere: Rock
Sito: http://iggypop.com/
Voto: 8/10

Dopo le divagazioni da chansonnier, alle prese con Tom Jobim e Toto Cutugno, Iggy Pop ritorna a sonorità sicuramente più indicate alla sua storia, vale a dire il Rock basico, supportato da una formazione essenziale di chitarra, basso e batteria.
Ma, a onor del vero, la paternità di Post Pop Depression deve essere attribuita anche a Joshua Homme. Pare che il leader dei Queens of The Stone Age avesse in mente da molto tempo questa idea e suppongo sia saltato sulla sedia quando, a gennaio del 2015, ha ricevuto un messaggio proprio da sua iguanità James Newell Osterberg che gli chiedeva di collaborare a un disco nuovo.

I due si sono trovati e, evidentemente, amati all’istante: la coesione e la complicità che si ascoltano nell’album si ottengono solo da una grande intesa anche quando si trovano a collaborare un maestro con un allievo. L’importante è la stima reciproca e la conoscenza profonda del vicendevole valore. Sicché Iggy ha lasciato a Joshua la direzione generale del suo nuovo disco ed è stato così che è nato un piccolo miracolo.
Homme ha chiamato nel suo Joshua Tree Studio un paio di amici (Dean Fertita dei QoTSA al basso e Matt Helders degli Arctic Monkeys alla batteria) e ha chiesto loro di suonare. Forse nemmeno lui aveva idea di quanto bene lo avrebbero fatto ma appare evidente che il risultato è davvero molto vicino al progetto iniziale. Tutto scorre in maniera prodigiosa, l’alchimia tra i musicisti è formidabile, i pezzi sono dritti, potenti, lineari e al completo servizio di un Iggy Pop in stato di grazia che continua a rimanere il capobanda più spettacolare del Rock.
L’intenzione, più di Homme a quanto pare, sembra rivolgere spesso lo sguardo al  periodo berlinese e della collaborazione con David Bowie ma, a ben vedere, in Post Pop Depression c’è davvero qualcosa in più, un ingrediente che data l’iconicità dello Stooge, della sua storia e delle recenti uscite dai binari di Préliminaires e Après, non era affatto scontato: la modernità.
Nove brani che non fanno sconti, che si concedono il lusso di spingere sull’acceleratore quando serve ma anche di mettere il freno al distorsore per spingere un po’ sul tasto della sperimentazione.
Iggy si riprende la proprietà della New Wave (Vulture), parla di “quei gironi” a Berlino (German Days) per aggiungere, alla luce della dipartita di Bowie, un’inimmaginabile spazio all’emozione riuscendo nell’affascinante compito di svicolare dalle sonorità di allora per citare i Beatles di Abbey Road.
Sconfina nel Pop (Chocolate Drops, la bellissima Paraguay), ammicca a Low dell’amico David (Gardenia) e cuoce lento sulla griglia della psichedelia (Sunday) lasciando di stucco chiunque, al cospetto di una tale carica vitale.
Difficile chiamarla rinascita quando un artista è sempre così freneticamente alla ricerca del nuovo ma, sicuramente, questo passo discografico riporta l’Iguana nel cuore di chi temeva di non riconoscerlo più.