kulashaker_k202Etichetta: Strange F.O.L.K.
Tracce: 11 – Durata: 42:49
Genere: Pop Rock
Sito: http://www.kulashaker.co.uk/
Voto: 6/10

Certo, la sufficienza la strappano i Kula Shaker. Ma, sinceramente, non mi sento di gridare al miracolo per questo (ennesimo) ritorno discografico.
K 2.0, fin dal titolo, vorrebbe rievocare i fasti del celebre esordio della band (un album che proprio in questi giorni spegne 20 candeline) ma in realtà è da esso piuttosto distante.
In questo senso il buon Crispian fa quasi tenerezza, mettendo sul piatto un plateale tentativo di provare a prendersi quella gloria di cui ha goduto nei primi giorni e alla quale non ha mai più saputo tener testa producendo dischi irregolari e sfuggenti che, sia pure nei ranghi della decenza, non hanno mai convinto pienamente il pubblico.
Diciamo subito che, a scapito del titolo, del K del 1996 qui dentro c’è poco o niente. Mancano anche i riferimenti alla musica tradizionale indiana di harrisoniana memoria che, per quanto ingenui e vagamente kitsch, connotavano i Kula Shaker in un modo ben preciso. Aggiungere un riff di sitar ogni tanto e qualche sovraincisione di tabla non è esattamente la stessa cosa ed, anzi, rischia di apparire patetico.
Eppure…  Eppure a un certo punto di questa recensione è necessario scrivere la parola “eppure”. Perché in K 2.0 non è un disco da buttar via, ma per niente proprio! In sua salvezza arriva una manciata di pezzi di bella grana, confezionati a dovere e che sarebbero pienamente compatibili con le gesta di una band che se trovasse il modo di rilassarsi svolgerebbe il suo lavoro in maniera più che egregia.
Probabilmente i Kula Shaker non hanno mai saputo reggere il colpo basso inferto loro da un pubblico crudele che li ha abbandonati al primo passo falso, mandandoli in uno sconforto dal quale hanno cercato di riprendersi sempre a colpi di “adesso ti faccio vedere che siamo ancora una band interessante”, sminuendo in vari modi la creatività.
Anche stavolta, come dicevamo, i numeri ci sarebbero: basterebbero Here Comes my Demons e Mountain Lifter, due pezzi coi fiocchi, a salvare un pacchetto che comprende anche qualche passo imbarazzante come la ballata “dylaniana” 33 Crows, decisamente fuori parte, o la tremenda cavalcata country Death of Democracy, che vorrebbe arrivare nei territorio dei Coral e finisce per sembrare un outtake di Doctor & The Medics. Eppure, anche volendo provare a cambiare registro, Kula Shaker dimostrano di potercela fare. High Noon, per dire, ha un sapore Tex-Mex tra Chris IsaacMorricone, che non dispiace e Holy Flame riesuma un tiro brit-pop che avrebbe meritato un’uscita autonoma, al posto di Infinite Sun.
In generale, si può dire che non sarà K 2.0 a spostare il mondo e nemmeno che farà cambiare idea alla gente sui Kula Shaker. Al solito: chi li ama continuerà a farlo, chi li ha sempre ignorati non sarà spinto da questo disco a cambiare idea.