Il compositore sperimentale Pierre Henry, uno dei pionieri della Musica Concreta, è il soggetto di un bellissimo documentario (regia di Eric Darmon) di circa cinquanta minuti che ripercorre il suo lavoro per lo sviluppo di un suono talmente innovativo da sconvolgere l’intero mondo della musica.
Elaborata negli anni ’50 assieme al collega Pierre Schaeffer, la Musique Concrete è una forma di composizione basata su rumori ambientali modificati elettronicamente.
Il film The Art of Sound lo trovate in calce. Purtroppo non sono riuscito a trovare una versione doppiata o sottotitolata in italiano ma spero che risulti comprensibile a molti di voi. Nel film vedrete Pierre Henry mentre racconta alcune delle fasi fondamentali della sua lunga carriera, della sua musica, delle sue collaborazioni con l’industria cinematografica e perfino della sua casa.
Ciò che emerge è un’identità unica che ha generato gli sviluppi principali della musica popolare del XX secolo e che ha rilevanza anche per la creatività di molti artisti di oggi.
Prima, però, a beneficio di chi non abbia nessuna idea di cosa sia la “musique concrete” copio un breve bignami rubando le parole a Enzo Santarcangelo:
(…) già dal 1948 (ma ancor vaghi precedenti si erano avuti con le pioneristiche intuizioni teoriche dei futuristi, ed in particolare con gli “intonarumori” dei fratelli Luigi ed Antonio Russolo), Schaeffer, coadiuvato dallo scienziato Abraham Moses e dal musicista Pierre Henry, provava presso il club d’essai della radiodiffusione francese a comporre musica sfruttando i mezzi di registrazione e riproduzione di suoni di oggetti trovati. L’intento era chiaro: rumori di tutti i giorni, suoni di oggetti comuni, frammenti di musica tradizionale, andavano decontestualizzati dalla situazione da cui erano stati originariamente prelevati e, grazie anche ai primi campionatori che offrivano la capacità di riprodurre il suono, registrati su nastri magnetici. Al termine di questo lungo processo di trasformazione, essi venivano offerti all’ascoltatore nel contesto di una fruizione artistica che il più delle volte aveva come allocutore non più l’interprete, ma la radio, o degli altoparlanti posti nello spazio delle nascenti installazioni sonore. Quello che si offriva all’ascoltatore era allora, almeno negli intenti dei teorici della musica concreta, il suono puro, completamente sradicato tanto dalla “fonte energetica” che fino ad allora con esso spesso finiva per essere confusa (lo strumento musicale, tradizionalmente concepito come fonte sonora, e l’interprete che se ne serviva), quanto da ogni legame con il contesto di vita quotidiana cui veniva sottratto…
(Enzo Santarcangelo) Testo tratto da:
http://www.filosofico.net/musiqueconcreteenzo.htm