jumpinquails_gogolmogol2Etichetta: Edison Box / Vollmer Industries
Tracce: 9 – Durata: 31:02
Genere: Pop Rock
Sito: http://www.jumpinquails.com/
Voto: 7/10

Saper mescolare la più improbabile miriade di generi e farli sembrare compatibili è un compito difficile, in particolare quando si chiamano in causa il Rock pungente di The Kinks, la New Wave oscura dei Bauhaus, il Funk innovativo di Sly & The Family Stone e il Dub lisergico dei PIL. Jumpin’ Quails ci riescono con una semplicità talmente disarmante da tradire istantaneamente una inequivocabile onestà. Mi spiego: dietro ad ogni richiamo e/o ispirazione che troviamo su Gogol Mogol ci sono nascosti anni di ascolti appassionati e una ingordigia musicale che viene riversata con gusto e competenza all’interno della propria creazione.
Il concetto di Meltin’pot, per una volta, non cela la mancanza di creatività ma diventa piuttosto un veicolo per esprimere una ispirazione poliedrica e cosmopolita come evidenzia anche l’uso di lingue diverse (inglese, francese e tedesco) al fine di evidenziare una natura internazionale a cui i Jumpin’ Quails devono necessariamente far riferimento. Sebbene il quartier generale (e le individuali natività) sia geolocalizzato in quel di Torino, l’attività del gruppo è decisamente europea, con concerti in città come Marsiglia, Ginevra, Pristina, Bucarest, Belgrado, Lione e Berlino.
Ascoltando il loro disco, appare evidente che questa necessità di essere “europei”, prima ancora che italiani, è venuta proprio in seguito ai viaggi fatti per suonare in una così vasta area territoriale: la musica risente spesso dei gusti e delle atmosfere di cui il quintetto s’è nutrito in questi anni.
Gogol Mogol è un album decisamente gradevole. Non stiamo parlando del disco che cambierà le sorti della musica popolare, questo è evidente, ma le sue derive bislacche e caleidoscopiche si concentrano principalmente nel lodevole campo dell’intrattenimento, chiedendo all’ascoltatore unicamente di divertirsi. Omaggiano di traverso Bowie (Rainbow Flash), si spingono sulla pista di una scalcinata indie-disco (Change Dice, Breaking The Glass) fino a riproporre il kraut-pop degli anni ’80 (Eberswalder Straße) il tutto mantenendo una compattezza attribuibile solo a chi ha una personalità debordante.