petsounds2Artista: The Beach Boys
Etichetta: Capitol
Anno: 1966

Cercare di dire qualcosa di nuovo su Pet Sounds è pressoché impossibile. L’undicesimo album di The Beach Boys, che festeggia quest’anno i suoi primi cinquant’anni, è una pietra miliare di dimensioni tali da non aver bisogno di presentazioni né riletture. Quello che farò sarà, dunque, un bignami della sua “vicenda” a favore di chi ancora non la conosce, con la presunzione di riuscire a scatenare un po’ di curiosità.
Brian Wilson lo realizzò praticamente da solo, dopo aver preso la decisione di non partecipare più ai concerti della band. Sapeva alla perfezione di non essere affatto necessario nella dinamica delle apparizioni dal vivo di quel tempo ed era cosciente di poter concentrare i suoi sforzi sul lavoro di studio, sperimentando le tecniche di registrazione in continua evoluzione tecnologica e nuovi metodi di arrangiamento e sperimentazione sonora.
Ciò che accadde, oggi sarebbe facilmente traducibile in un prodigioso esperimento musicale in grado di abbinare l’avanguardia con la canzone pop da tre minuti ma, nel 1966, arrivò come qualcosa di esageratamente sperimentale, ai limiti della stravaganza e della follia.
Brian Wilson aveva ascoltato Rubber Soul di The Beatles ed era rimasto impressionato dalla sua struttura sonora. Aveva capito che era giunto il momento di abbandonare le brillanti canzoncine Surf per provare a fare un salto di qualità che potesse conciliarsi con il fatto di essere ormai un musicista maturo.  Nel 1966, Brian aveva 24 anni e un background di ben dieci album praticamente tutti da Top 10. Aveva collezionato una serie tale di successi commerciali che i dirigenti della Capitol Records lo vedevano come un piccolo Re Mida e, di conseguenza, anche di fronte a un dispendio di energie (e di soldi) come quello previsto dal progetto di questo disco, lo lasciarono fare.
Pet Sound fu realizzato in un larghissimo arco di tempo, tra luglio 1965 e aprile 1966, coinvolgendo un numero enorme di musicisti ma praticamente nessuno dei Beach Boys per i quali l’autore aveva previsto unicamente il contributo vocale, scrivendo partiture ed armonie innovative che vennero registrate nella fase finale, al rientro della band da una lunga tournée in Medio Oriente.
Tra i musicisti convocati c’erano anche Barney Kassel (chitarra) e Hal Blaine (batteria), due rinomati session man che spesso hanno ricordato la loro profonda ammirazione nei confronti della tecnica di arrangiamento e produzione del giovane Wilson il quale, in sostanza, provava a rielaborare il concetto di Wall of Sound creato da Phil Spector applicandolo alle moderne tecniche offerte dai nuovi registratori Ampex a otto tracce.
Le canzoni di Pet Sounds sono totalmente opera di Brian Wilson (eccetto Sloop John B., che è un brano tradizionale); l’unica collaborazione rilevante riguarda i testi per i quali cercò la collaborazione di Tony Asher, un giovane paroliere di Londra scelto proprio per la sua provenienza britannica che, nelle intenzioni, doveva portare la linfa vitale dei Beatles nei testi dei Beach Boys.
petsoundsme2Il frontman del gruppo, 
Mike Love, accolse questa novità con particolare ostilità. Le liriche surreali di Asher e la deriva lisergica conferita ai nuovi brani non gli era piaciuta e questo creò il primo serio attrito all’interno del gruppo. Per cercare di far tornare l’armonia tra i Beach Boys, Wilson consentì a Love di mettere mano ai testi che riteneva troppo eccentrici ed è questa la ragione per cui, nelle note di copertina, appare come autore di alcuni titoli tra cui la celeberrima traccia di apertura Wouldn’t It Be Nice sebbene sia Asher che Wilson abbiano spesso dichiarato che l’apporto di Love al brano fosse stato minimo e limitato al verso Good night, my baby/Sleep tight, my baby.
Love ebbe da dire praticamente su tutta la linea produttiva. Dopo aver ascoltato il lavoro chiese a Wilson se fosse impazzito aggiungendo: “Who’s gonna hear this shit? The ears of a dog” (Chi potrà mai ascoltare questa roba? Le orecchie di un cane?!”), una domanda che, anziché scoraggiarlo, suggerì a Brian il titolo per l’album.
Il 15 febbraio 1966, allo zoo di San Diego furono scattate le foto della copertina dal fotografo George Jerman e il 15 aprile l’album venne presentato ai dirigenti della Capitol i quali presero seriamente in considerazione l’idea di non pubblicarlo. Il primo singolo, Caroline No, fu infatti attribuito al solo Brian Wilson in modo da sondare il terreno senza intaccare la reputazione dei Beach Boys. Arrivò solo alla posizione 34 della classifica: un traguardo che all’epoca fu considerato disastroso. Andò un po’ meglio con la cover di Sloop John B., pubblicata qualche settimana più tardi (stavolta attribuita ai Beach Boys) che arrivò al 2° posto mentre God Only Knows, pubblicata in contemporanea all’album e con Wouldn’t It Be Nice nell’altra facciata, si fermò alla posizione 39.
Anche l’album non andò bene, raggiungendo faticosamente la decima posizione della classifica per poi scomparire velocemente, diventando il secondo disco dei Beach Boys (dopo il precedente Beach Boys Party!) a non ottenere il Disco D’Oro. La colpa è da attribuire quasi unicamente agli allora dirigenti della Capitol Records che non sostennero il disco con la consueta campagna promozionale.
Grazie all’influenza di Paul McCartney e di John Lennon, che parlarono spesso della sua grandezza e del fatto che fosse l’album che li incoraggiò a sperimentare per registrare un album come Revolver, le sorti di Pet Sounds furono migliori in Gran Bretagna dove arrivò al 2° posto in classifica e dove, secondo le dichiarazioni di George Martin, finì per influenzare la produzione di Sgt. Pepper’s e, conseguentemente, tutta la musica inglese da quel momento in avanti.
Questo generale disinteresse finì per deludere Brian Wilson in maniera seria, spingendolo a aumentare l’uso di droghe e acidi fino a portarlo a un singolare stato depressivo.
A sollevarlo parzialmente arrivò, qualche mese più tardi, un clamoroso successo discografico dovuto a una canzone che rimase fuori dall’album perché non venne completata in tempo. Si intitolava Good Vibration e quando venne pubblicata su 45 giri nell’ottobre del 1966, fu accolta in maniera sorprendentemente positiva, sia dalla critica che dal pubblico. Figlia diretta delle session per Pet Sounds, la canzone fu registrata in modo piuttosto discontinuo, con moltissime sessioni e in diversi studi e arrivando a costare più di 50.000 dollari lungo l’arco di sei mesi di registrazione. Un impegno e una spesa ripagati da un successo strepitoso, che riportò i Beach Boys al numero uno in classifica dopo molto tempo.
Con questi buoni auspici, la Capitol Records si vide costretta ad assecondare Wilson nella realizzazione di un nuovo album, sebbene le dichiarazioni di intenti fossero quelle di operare in maniera ancora più ricercata che in Pet Sounds.
Sebbene la casa discografica avesse capitolato, fu il resto della band a cominciare a non supportare più le stravaganze del loro autore principale. L’attività del gruppo non poteva più adeguarsi a metodi di registrazione così lenti e dopo un brusco stop nelle lavorazioni, l’album nuovo venne finito velocemente (praticamente senza Wilson) e pubblicato utilizzando il materiale già registrato. Ma questa è un’altra storia…
Nel 2000 Pet Sounds venne rilasciato per la prima volta in Compact Disc in un momento in cui tutta la critica musicale aveva riconosciuto il suo valore e, finalmente, ottenne non solo il meritato Disco D’oro ma anche il Disco di Platino.

In questi giorni arriva nelle sale italiane Love and Mercy, biopic su Brian Wilson diretta da Bill Pohlad. Il film, del 2014, ripercorre le principali tappe della carriera di Wilson interpretato da due diversi attori (Paul Dano e John Cusack) per due diversi periodi storici. Love and Mercy si sofferma parecchio sulla fase creativa che originò Pet Sounds, riuscendo nel difficile compito cinematografico di rendere credibili le session di registrazione.
Molto bravo Paul Dano, interprete del giovane Brian, meno efficace e troppo caricato il suo collega John Cusack, nelle vesti del musicista maturo.