buckley_youandi2Etichetta: Legacy Recordings
Tracce: 10 – Durata: 54:14
Genere: Pop; Acustica
Sito: http://jeffbuckley.com/
Voto: 4/10

You And I è l’ennesimo album postumo accreditato a Jeff Buckley. E, più o meno come tutti gli altri titoli usciti dopo la misteriosa ed improvvisa scomparsa del cantautore, anche questo è un album inutile con l’aggravante, in questo caso, di proporre una scaletta di provini dichiaratamente tali.
La storia, decidete voi se crederci o meno, prevede che dopo l’uscita di Live at Sin-é, l’A&R della Columbia Steve Berkowitz avesse chiesto a Buckley di registrare qualche canzone, in modo da valutare le sue capacità e decidere quale impronta dare al primo album in studio che sarebbe stato Grace.
Buckley registrò alcune cover e due pezzi originali e, secondo le dichiarazioni della madre, non era affatto soddisfatto del risultato. Temeva di essere andato talmente male da aver messo a repentaglio la possibilità di poter realizzare finalmente il suo album.
Naturalmente la storia ci insegna che non andò poi così male ma, alla luce delle impressioni del suo stesso autore, mi domando: quale mente scellerata acconsentirebbe a pubblicare questo materiale spacciandolo per prezioso? Ovviamente è una domanda retorica. Il disco… è uscito.
Naturalmente il talento di Jeff Buckley non è in discussione: in ognuna delle canzoni qui incluse c’è un momento in cui è impossibile non riconoscere l’unicità della sua voce e l’immensità delle sue capacità. Lo stesso, rimangono provini frettolosi fatti con la chitarra acustica di cui forse avremmo potuto godere se qualcuno avesse avuto il buon gusto di metterli a disposizione di tutti gratuitamente.
La cover di I Know It’s Over (The Smiths) è molto intensamente interpretata: Si sente che Buckley ne aveva assorbito violentemente il significato e la restituisce come un pezzo di vita propria, grondante di sudore e di lacrime. L’arrangiamento scarno, buttato un po’ via, della sua chitarra, rimane però immensamente invalidante. La canzone è lunga e gli Smiths l’avevano arricchita di un arrangiamento sinfonico e pomposo che ne ammorbidiva la pesantezza. Jeff Buckley, da solo, non ci riesce. Sbalordisce la sua intensità (e immagino che Berkowitz sia saltato sulla sedia, quella volta che l’ha sentito) ma rimane qualcosa che non supera i muri della cameretta. Lo stesso discorso è applicabile anche a The Boy With The Thorn In His Side, altro omaggio offerto alla ditta Morrissey & Marr ma anche, per diverse ragioni, ad ognuna delle tracce del disco da  Just Like a Woman di Bob Dylan a Everyday People di Sly and Family Stone fino alla toccante Calling You che Jevetta Steele portò al successo come colonna sonora di Bagdad Cafè.
Un album fondamentalmente inutile, sconsigliato perfino ai fan più accaniti, il cui unico merito, ridondante e sterile, è quello di confermare la qualità di un artista che ci manca moltissimo.