Artista: Franco Battiato
Etichetta: EMI
Anno: 1979

Sebbene sia una delle canzoni italiane più famose, L’era del cinghiale bianco, uscita nel 1979 anche in versione a 45 giri e posta in apertura dell’omonimo LP, non è mai entrata in classifica. Non nelle posizioni che solitamente si considerano. Come a dire che nel periodo di valutazione delle vendite (cioè durante la prima stampa) non ha mai raggiunto la posizione n°100. Lo stesso discorso vale per l’album.
Ciò nonostante, a riprova del fatto che molto spesso popolarità e grandezza dell’opera non vanno di pari passo, siamo al cospetto di un album pop di esemplare genialità.
Franco Battiato aveva iniziato negli anni 60 proprio come cantante pop, incidendo per l’editrice Nuova Enigmistica Tascabile, un paio di 45giri (tra cui la cover di E più ti amo di Alaine Barriere reincisa recentemente per Fleurs 2) e in seguito, grazie a Giorgio Gaber, suo pigmalione nel mondo musicale milanese, aveva intrapreso un percorso personalissimo partendo dalla canzone di protesta per arrivare ad una pionieristica sperimentazione elettronica.
E fu proprio quest’ultima ad interessare Pino Massara, fondatore dell’etichetta bla bla, che nel 1971 gli offrì carta bianca per la realizzazione di alcuni album diventati presto degli autentici cult del prog italiano e della sperimentazione degli anni 70.
Con la chiusura della bla bla, Battiato firmò un contratto con la Dischi Ricordi e pubblicò subito un album di musica contemporanea (Franco Battiato) fatto di due lunghe composizioni strumentali, una per facciata ( è Cafè-Table-Musik) che l’etichetta fece uscire prestissimo di catalogo per rieditarlo qualche anno più tardi – guarda caso proprio nel periodo del Cinghiale Bianco – nella collana economica Orizzonte.
La stessa formula compositiva si ripresentò nei due titoli seguenti (Juke Box e L’Egitto Prima delle Sabbie) proprio mentre Battiato vinceva, con i pezzi de L’Egitto, il Premio Stockhausen.
Il passaggio alla EMI fu tanto brusco quanto sconvolgente. Il primo disco inciso per la multinazionale fu il qui presente L’era del cinghiale bianco. Un album di musica pop-rock volto a mettere in luce la capacità di Battiato di coniugare il linguaggio della sperimentazione con quello della canzone leggera. E’ opinione comune considerare questo disco come quello della svolta POP sebbene, come abbiamo visto, sarebbe meglio considerarlo un ritorno.
cinghialeme2La mia opinione è quella che sia, piuttosto, un disco di transizione che forma un ponte tra i dischi che l’hanno preceduto e quelli che lo seguiranno, creando quell’equilibrio che lo rende ancora oggi immortale.
Si tratta, a ben sentire, di un album vicino alla fase precedente più di quanto all’epoca potesse sembrare.
E’ un disco molto “suonato”, dove le apparecchiature elettroniche non fanno che qualche infinitesimale apparizione lasciando che ad esprimersi siano strumenti acustici ed elettrici con un assetto (come si direbbe oggi) piuttosto live.
Tre dei musicisti convocati per le session diventeranno presto la squadra-che-vince-e-non-si-cambia per i successi popolari dell’immenso Patriots e del best-seller La Voce del Padrone e sono il violinista Pio Giusto (così accreditato sulle note di copertina, non ancora Giusto Pio), Alberto Radius (alla chitarra) e Roberto Colombo (alle tastiere).
A loro si aggiunse una sezione ritmica d’eccezione con Julius Farmer al basso e Tullio DePiscopo alla batteria che, forse involontariamente, inventarono il tipico andamento che finì per caratterizzare la discografia di Battiato per buona parte degli anni 80. Il pianista classico Antonio Ballista, già esecutore delle due suite de L’Egitto prima delle sabbie, fu invece convocato per lo strumentale Luna indiana.
Anche prendendo in considerazione i testi, il contatto risulta più facile se ci si riferisce al passato. Le liriche del Cinghiale sviluppano temi precisi, in una forma compositiva piuttosto canonica. Non ci sono ancora i non-sense di Centro di gravità permanente o i cut-up di Passaggi a livello e Cuccuruccuccù e le canzoni sono corredate da autentici racconti che vanno dai ricordi d’infanzia della bellissima Stranizza d’amuri, cantata in siciliano, ai quelli di viaggio di Strade dell’est, fino all’efficace (e quasi celentanoide) critica al consumismo del mondo moderno di Magic Shop ed alle riflessioni sulle tradizioni spirituali dell’uomo de Il Re del mondo.
Quest’ultima, poi, è la canzone che meglio rappresenta il progetto transitorio: nata nella metà degli anni 70, Battiato aveva già provato a registrarla alcune volte senza trovare la giusta strada. Era una composizione, piuttosto dissimile a quella inclusa in quest’album, piena di suoni elettronici e ridondanti che non venne mai inclusa in nessun lavoro proprio per la necessità di trovare un linguaggio più consono e meno obsoleto. Gli anni 80 erano alle porte e la New Wave inglese aveva costretto tutti a sbarazzarsi di certi eccessi del decennio precedente fintanto che Battiato, complice Giusto Pio, riscrisse l’orchestrazione di questo brano per poi sviluppare in quella direzione anche il resto dell’album.
La cosa curiosa è che Il Re del mondo, nuovamente riarrangiata, verrà inserita anche nell’album Mondi lontanissimi del 1985, a suggellare un’ulteriore cambio di rotta del Nostro verso il celebratissimo Fisiognomica.
La forza de L’Era del cinghiale bianco è tutta nella suo ruolo di svecchiamento della nostra canzone d’autore.
Ogni brano sovverte, come mai prima, il concetto di arrangiamento abbinando linee melodiche straordinarie a suoni perfettamente scelti e collegati.
Musica leggera difficilmente paragonabile con quanto fino ad allora fosse stato prodotto che ci mette al cospetto di un’opera perfetta ed unica che ha anche il grande merito di riuscire (ancora oggi) ad avvicinare il pubblico al Battiato migliore nel momento più creativo della sua carriera.
Il disco che più di ogni altro lo fa entrare di diritto, con Modugno e Battisti, tra i grandi innovatori della canzone italiana.