deftones_gore2Etichetta: Reprise
Tracce: 11 – Durata: 48:07
Genere: Rock, Pop, Metal
Sito: http://www.deftones.com/
Voto: 5/10

La decisione di abbandonare le derive Nu-Metal in favore di una sonorità che, pur mantenendo le asperità del Rock Duro, provi a farsi largo nelle grazie di un bacino d’utenza molto più ampio, ha reso da qualche tempo i Deftones un po’ sgualciti.
Sebbene Gore lasci intravedere occasionalmente qualche spiraglio della creatività degli esordi, siamo al cospetto di qualcosa di più ascrivibile al Pop Metal da MTV.
Non che ci sia nulla di male in ciò, anzi, a volte insistere su terreni estremamente giovanilistici fa apparire certe band appesantite dall’età come delle impacciate macchiette incapaci di rassegnarsi. Purtroppo quello che manca a Gore non è il coraggio di esplorare il mainstream più estremo quanto piuttosto di non riuscire a liberarsi completamente da certi retaggi e restare goffamente con il piede in due scarpe. Il risultato è un prodotto che non sa tener conto di un pregresso di tutto rispetto (White Pony ma anche Diamond Eyes stanno da un’altra parte, per dire) in favore di qualcosa che potrebbe sembrare interessante solo se sulla copertina del disco ci fosse scritto Linkin Park.
Naturalmente, in qualche occasione, si sente la potenza dei Deftones più brillanti ma, per uno strano fenomeno empatico con il grosso della tracklist, Gore finisce col perdersi in un pastone inclassificabile che anziché portare nuova linfa nella vita compositiva di Chino Moreno & Co., la trascina su territori sperduti e poco a fuoco.
In sostanza, le intenzioni sono evidenti ma il risultato è vagamente disatteso. Un album come questo si incarica di portare i Deftones ad un pubblico differente ma non riesce a trovare una strada che non deluda la vecchia guardia. Il sapore pop a cui sono applicate certe urticanti distorsioni non ha forza, la voce versatile di Moreno si impegna (in Geometric Headdress fa addirittura miracoli) ma riesce solo in poche occasioni a convincere in pieno.
Sotto, evidentemente, si sente il bisogno di emanciparsi da qualcosa di strettamente giovanilista ma qualcosa necessita di un’ulteriore registrata.
Verso la fine del disco, arrivano quel paio di momenti che lo salvano dal baratro, prima fra tutte l’ottima Phantom Bride, ballata che riesce nella traslitterazione verso l’easy listening e gode della partecipazione di Jerry Cantrell (Alice in Chains) e la conclusiva Rubicon, impreziosita da una linea vocale di altissimo livello e che ci lascia nella speranza che un disco debole come questo non sia che un piccolo passo falso in grado di farsi dimenticare già col prossimo episodio.