jamesblake_colour2Etichetta: Universal
Tracce: 17 – Durata: 76:14
Genere: Pop, Elettronica
Sito: http://jamesblakemusic.com/
Voto: 7/10

A James Blake bisogna attribuire un merito che, semplificando, si può riassumere nella capacità di portare nel mainstream una delle più interessanti innovazioni in ambito di musica elettronica: sonorità che BurialJamie XX hanno inaugurato splendidamente nell’ambito indipendente e che Blake ha adottato come scuola per proiettarle nei meandri della discografia maggiore.
Fin dai tempi del suo esordio, infatti, i suoi dischi sono stati distribuiti da marchi superiori e per questo nuovo The Colour in Anything è stato anche supportato da una campagna promozionale degna dei grandi nomi.

Il lavoro è decisamente ambizioso e se ha un difetto, per assurdo che possa sembrare, è proprio questo. In effetti pur essendo un disco molto ricercato e interessante, contiene una quantità di materiale e di informazioni difficili da assumere in un’unica soluzione. Innanzitutto la durata di un’ora e un quarto non aiuta e rischia di camuffare la qualità dei pezzi nel marasma di un minutaggio scellerato. 
Poi, ridimensionando, è necessario dire che i momenti meno efficaci sono di difficile identificazione, a riprova dell’estrema cura applicata alla produzione del disco, ma è evidente che qualcosa si sarebbe potuto regolare meglio, anche -forse- togliendo semplicemente qualche numero dalla tracklist.
Ciò detto, concentriamoci sul lato mezzo pieno del bicchiere per capire che canzoni come I Need a Forest (in duetto con Bon Iver, anche co-autore) o l’iniziale Radio Silence, non sono pagine da sottovalutare. Il loro modo di entrare sottopelle ha sicuramente a che fare col talento di chi le ha scritte e  nel loro destino c’è sicuramente l’ingresso tra i classici, di cui si parlerà in futuro così come oggi si parla di “Heroes” o Karma Police. Ed ho citato questi due titoli perché David Bowie e i Radiohead sono sicuramente tra le musie ispiratrici di Blake per questo album, il primo per una spinta sperimentale di esemplare impatto, i secondi per un gusto spiccato per mestizia e languide melodie.
My Willing Heart, scritta con Frank Ocean, colora un vecchio Blues con l’Albinoni e diventa uno dei momenti più struggenti dell’album, di quelli che ti viene voglia di rimettere a suonare in loop. I Hope my Life si connota come un momento più liberamente Techno (di quelli, per intenderci, legati alle produzioni più sperimentali di Blake come la celebre 200 Pressing) mentre in molti brani (la Title Track ma anche la splendida f.o.r.e.v.e.r.) sono ballate quasi jazz in cui l’autore si accompagna al pianoforte, più o meno in solitaria.

Insomma, si tratta in generale di un disco molto interessante, ricercato e anche vagamente coraggioso nonché capace di reinterpretare molti linguaggi dell’attuale scena Pop. Ha solo quel piccolo difetto di non liberarsi totalmente da certe strutture che lo comprimono in se stesso nonostante le evidenti le sgomitate per uscire all’aria aperta.
Forse dividerlo in due album, da far uscire a scadenza anche breve, avrebbe giovato. Così rimane un bel disco ma… non sperate di entrarci facilmente. Serve tempo e dedizione che, se riuscirete a concedere, sapranno senz’altro ripagarvi.