Age of ConsentArtista: Bronski Beat
Etichetta: London Records
Anno: 1984

Se negli anni 70 era facile associare la Disco Music alla comunità gay, non lo era altrettanto trovare band che apertamente dichiarassero la propria omosessualità né, tantomeno, che essa facesse parte delle tematiche dei loro pezzi.
Proprio a causa della planetaria popolarità della Disco Music, artisti come Village People, Sylvester e Boys Town Gang, solo per citare gli esempi più eclatanti, erano gay ma l’epoca era ancora troppo acerba e i discografici calcolarono che i consumatori etero non volessero saperlo e fossero perfettamente in grado di fingere di non saperlo (sorta di “segreto aperto” reminescenza del rinnegamento freudiano)… In quell’epoca era un atteggiamento piuttosto comune.
Pensando che ancora oggi c’è chi rifiuta di accettare l’omosessualità di George Michael o di Elton John (due esempi di omosessualità risolta ed evidente), immaginatevi cosa potesse succedere in anni in cui era l’industria discografica stessa a persistere nel custodire (inutilmente?) il segreto.
A rompere gli indugi arrivarono, nei primi anni del decennio successivo, tali Bronski Beat (apertamente omosessuali) che, in maniera chiara e serena, raccontavano i turbamenti e le paure di un giovane ragazzo gay deciso a lasciare la provincia e la casa dei genitori per andare a cercare la propria identità ed avere le risposte che… non potrà mai trovare a casa.
Il pezzo, accompagnato anche da un videoclip piuttosto eloquente, era Smalltown Boy e riprendeva in maniera quasi spudorata, il tipico groove della disco music con quel giochetto cromatico sulla linea di basso rubata a You Make Me Feel di Sylvester.
Fu un botto clamoroso e il pezzo suonava in tutte le discoteche del pianeta dando, per la prima volta in maniera così chiara, una connotazione politica alle tematiche gay attraverso una canzone di musica pop di grande consumo.
Gli eterosessuali che solo pochi anni prima non vedevano la cultura gay (o che al massimo intuivano alcuni stili puramente estetici da essa scaturiti) si trovarono a dover fare i conti con uno Smalltown Boy in fin dei conti non così diverso da qualsiasi adolescente.
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Un paio di mesi dopo i Bronski Beat replicarono il successo ed amplificarono il messaggio con Why?, dove il tema era la violenza (psicologica ma anche fisica) nei confronti degli omosessuali costretti a vivere l’amore in modo talmente clandestino da togliere la possibilità di godere della sua stessa essenza, fossero anche semplici atteggiamenti come tenersi per mano o cenare in un luogo romantico senza che prima o poi qualcuno si senta in diritto di apostrofare od offendere. In poche parole una canzone d’amore che celava un importante messaggio anti omofobia.
Altro colpaccio da primi posti delle chart che portò alla pubblicazione del primo album della band dal titolo (sempre più schietto) di The Age of Consent.
L’età del Consenso (The Age of Consent) è quell’età che che, in Diritto, deve avere una persona per essere considerata “capace di dare un consenso informato a comportamenti regolati dalla legge, con particolare attenzione ai rapporti sessuali” e che, nella Gran Bretagna di quegli anni, era discriminatoriamente più elevata per gli atti omosessuali di quanto non lo fosse per quelli eterosessuali.
Il disco riportava, nella busta interna, una tabella con le età oltre le quali – secondo l’ordinamento giuridico dei diversi paesi – l’atto omosessuale tra uomini cessa di essere considerato reato che all’epoca della pubblicazione del disco (1984) nel Regno Unito era di 21 anni.
L’album venne registrato nei Garden Studios di John Foxx (ex cantante degli Ultravox) e fu prodotto da Mike Thorne (già coi Soft Cell) per la London Records.
Nel disco in vinile, nello spazio che c’è tra la fine del solco e l’etichetta al centro del disco, la band fece incidere il numero di telefono del London Gay Switchboard (telefono amico di supporto per persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali). Inizialmente l’operazione avrebbe dovuto differenziarsi per ogni paese del mondo, segnalando numeri telefonici analoghi per ogni paese ma i costi esagerati dell’operazione fecero desistere la London Records.
Subito dopo la pubblicazione venne rilasciato anche il terzo singolo, una rilettura in chiave elettronica del classico It Ain’t Necessarly So di George & Ira Gershwin, che venne registrato agli Skyline Studios di New York per conferirgli una sonorità più internazionale, coadiuvata anche dall’aggiunta di un elegante assolo di clarinetto di Arno Hecht degli Uptown Horns e dal coro londinese The Pink Singers che, come si evince dal nome, era apertamente gay.
Jimmy Sommerville, Larry Steinbachek and Steve Bronski erano diventati ufficalmente delle star della musica pop e, grazie a loro, la cultura gay cominciò a farsi largo in maniera più aperta ed esplicita, abbattendo pregiudizi ed ingiustizie.
La loro stella brillò tantissimo, ma durò poco. Già l’anno successivo Sommerville se ne andò per creare The Communards assieme al polistrumentista Richard Coles, non prima di aver pubblicato l’ultimo singolo tratto da The Age of Consent. Si trattava della cover di I Feel Love di Donna Summer (presente anche nell’album) che i Bronski Beat reincisero assieme alla guest star Marc Almond dei Soft Cell realizzandone una versione lunghissima abbinata, in medley, a Love To Love You Baby, sempre di Donna Summer.
I Bronski Beat proseguirono un po’ senza Sommerville (sostituito da John Foster), con anche un modesto successo con il singolo Hit That perfect Beat, per poi chiudere, giustamente, una carriera che in questo modo assume le caratteristiche di una autentica missione anti omofobia.
The Age of Consent, per la sua capacità di aggiungere un messaggio politico ad una musica così smaccatamente divulgativa è, e rimarrà sempre, un caposaldo della cultura gay ma non va dimenticato anche il suo valore musicale. Steve Bronski e Larry Stainbeck hanno saputo creare, sia pure prendendo a man bassa dalla disco e dall’electro beat dei primi anni 80, un suono connotatissimo e personale, difficile ancora oggi da confondere con altri.
La produzione di Mike Thorne conferì all’operazione un tocco modernissimo che non mancò di incuriosire ed interessare anche molti appassionati di Rock e New Wave che, in qualche modo, hanno dato la possibilità all’album di essere sdoganato anche presso un pubblico non propriamente da discoteca.
Riascoltato oggi risente un po’ degli anni, ma canzoni come quelle dei primi tre singoli, fanno talmente parte del nostro patrimonio popolare da trascendere qualsiasi moda e contesto.