dj-shadow_tmwf2Etichetta: Mass Appeal
Tracce: 12 – Durata: 49:39
Genere: Elettronica, Rap
Sito: http://djshadow.com/ 
Voto: 5/10

Pioniere della scena di DJ/Producer che dagli anni ’90 ha contribuito al rinnovamento della musica giovanile, DJ Shadow prova a riprendersi la leadership di beatmaker cercando di far dimenticare qualche passo falso fatto negli anni recenti. The Mountain Will Fall è un disco discreto che ha, però, proprio un sottotesto di “riscatto” come se Joshua Paul Davis bramasse dal desiderio di farci capire che c’è ancora stoffa, che il fuoco non s’è affatto assopito e che può farci battere il cuore prima ancora che il piede a tempo.
Il disco arriva a vent’anni dallo storico esordio (Endtroducing….., 1996) e le analogie sono in generale piuttosto evidenti, nonostante una tecnica e un modus operandi governati proprio dai vent’anni che li separano. DJ Shadow fu il primo a realizzare un album unicamente con campioni, aprendo in qualche modo la strada a un genere che avrebbe generato pietre miliari come Play di Moby o You’ve Come a Long Way, Baby di Fatboy Slim, ed oggi sembra porsi il problema su come usufruire di questa esperienza mettendola al servizio delle tecnologie più avanzate.
L’impressione generale, però, è quella di un lavoro un po’ datato, non tanto nella tecnica quanto proprio nella penna, senza che questo gli conferisca un’aura di citazionismo e lasciando amaramente intendere che J.P. Davis non sia in grado di tenere testa alla scena attuale. Anche quando si allarga con interventi vocali sconfinando nel Rap, con ospiti come i Run The Jewels (Nobody Speak), G Jones & Bleep Bloop (Pitter Patter) o Ernie Fresh (The Sideshow), c’è sempre un retrogusto old-skool che se da un lato intenerisce per i rimandi agli esordi con James Lavelle e il progetto UNKLE, dall’altro appare più che altro come una singolare interdizione allo sviluppo.
A salvare un po’ la partita arrivano le collaborazioni con un innovatore come Nils Frahm (Bergschrund) e un’illustre a tromba moderna come Matthew Halsall (Ashes to Oceans) ma l’opera fatica a raggiungere i livelli di sufficienza.
Se DJ Shadow si fosse abbandonato al sacro fuoco dell’intrattenimento puro, probabilmente l’album ne avrebbe giovato. Questa smaniosa ed insistente necessità di dimostrare autorialità e predominio, finisce per sfuggirgli di mano. E chi ascolta, dopo aver constatato l’inequivocabile padronanza dei mezzi, ringrazia, mette il disco nella busta e lo infila sullo scaffale, da dove faticherà a scendere di nuovo.