cave_skeleton_tree2Etichetta: Autoproduzione / Kobalt
Tracce: 8 – Durata: 39:42
Genere: Rock
Sito: http://www.nickcave.com/ 
Voto: 10/10

Un figlio che muore è il dramma peggiore, io immagino, per un essere umano. È innaturale, crudele e disarmante. Se il figlio ha solo 15 anni e muore in circostanze tragiche suppongo che il dramma tocchi corde di devastante dolore.
Skeleton Tree è un disco che parla di questo. Nick Cave ha perduto il figliolo adolescente lo scorso anno e la sua reazione è stata quella di scrivere le otto canzoni che ha poi inciso in questo disco e che sono, appunto, lo specchio di una sconvolgente sventura.
Le parole che ne compongono i testi sono di amara consapevolezza ma scritte da un artista che ha saputo alleggerirle dalla disillusione esistenziale accerchiandole di sonorità chiare, con arrangiamenti di bellezza insinuante, capaci di penetrare nelle ossa inondate di una dolcezza che si rigenera in momenti di grande ispirazione.
Empito creativo che giunge dall’interno, permettendo all’anima e al cuore di cantare lasciando fuori viscere e cervello, per esorcizzare qualcosa che non può rimanere dentro per troppo tempo altrimenti non consentirebbe di procedere con una vita che, in molte occasioni, si percepisce come quella di chi la vorrebbe scambiare con quella di un ragazzo che ancora non aveva iniziato ad assaporare la propria. 
The Bad Seeds sono lì, al fianco di Nick Cave, affranti allo stesso modo e pronti a rendere giustizia a queste sconcertanti otto canzoni. Martin Casey e Jim Sclavinus (Batteria e percussioni), Martin Casey (Basso), George Vjestica (Chitarre) sembrano quasi in disparte, a contrappuntare brani che sono sorretti dalle parole, dalla voce di un Cave che mette in scena una pena straziante e da un grandissimo Warren Ellis che dirige gli archi e gli ottoni, aggiungendo di tanto in tanto spigolosità elettroniche, per una sinfonia in otto movimenti da assorbire come la panacea di un lacerante patimento.
L’arte di Nick Cave & The Bad Seeds è concentrata nel mettere su un disco qualcosa di così intimamente frastornante, senza mettere mai in campo la pietà, lasciando che la bellezza della musica arrivi prima del senso di compatimento, corredando ogni brano di suadenti passaggi melodici, spostando l’attenzione sulle ricerche armoniche e sulla direzione dell’opera permettendoci di mantenere unicamente il ruolo di ascoltatori, ammirati e inebriati dalla magniloquenza di questo disco.
Contemporaneamente all’uscita di Skeleton Tree, è stato presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia il film documentario One More Time With Feeling, che racconta la genesi di questo disco sotto l’egida del regista Andrew Dominik e che sarà nelle sale a fine mese.