Artista: Stevie Wonder
Etichetta: Motown
Anno: 1976

Song in The Key of Life tredicesimo album di Stevie Wonder, considerato l’ultimo disco della fase “classica” dell’artista americano, compie in questi giorni 40 anni (è uscito il 28 settembre del 1976). Si tratta di un disco molto ambizioso uscito in un formato anomalo con due LP + un 7″, per un totale di 21 tracce.
Un autentico capolavoro che, col senno di poi, può essere considerato il capitolo conclusivo dell’epopea Soul di marca Motown, oltre che il primo capitolo del nuovo corso della black-music che da quei giorni in avanti avrebbe assunto terminologie come Funky, Disco, RAP eccetera.
Wonder era in un momento strano, il suo contratto con Motown era scaduto e stava decidendo di lasciare la musica con un grande concerto di addio per poi trasferirsi in Ghana a lavorare come assistente per bambini portatori di handicap. La decisione di tornare sui suoi passi, arrivò dopo aver ricevuto attestati di stima piuttosto consistenti tra i quali c’erano anche delle offerte stratosferiche da parte di case discografiche come la Arista e la Epic, tra le altre, che si erano fatte avanti con proposte di contratti talmente stellari da convincere Wonder a mettersi al lavoro su un nuovo album.
Le registrazioni iniziarono nel 1974 e proseguirono per una ventina di mesi durante i quali, con tutta calma, Stevie Wonder portava a compimento il suo album più importante. Alla fine dei lavori, prima di accettare nuovi contratti, propose l’album a Berry Gordy, proprietario della Motown che si trovò spiazzato perché un album come Songs in The Key of Life non era proprio ciò che si aspettava. Pensava di non riuscire a venderlo: un doppio album necessitava di un aumento considerevole sul prezzo di vendita e questa è una cosa che non piace mai agli acquirenti, e provò a convincere l’artista a ridimensionarlo per far entrare le canzoni in un unico LP. Per tutta risposta Wonder aggiunse altri quattro brani (poi finiti nell’EP allegato) e disse di non aver alcuna intenzione di togliere niente. Propose a Gordy l’album nel formato originale e lo mise di fronte ad una scelta: se non gli interessava il disco sarebbe stato proposto ad un’altra etichetta. Giunto a questo punto Stevie era conscio del suo valore e dopo una trilogia innovativa come Talking Book, Innervision e Fullfillingness First Finale (tutti finiti in Top5 con svariati Grammy) era certo di potersi permettere anche qualche capriccio da superstar e s’impuntò fintanto che Berry Gordy capitolò (saggiamente) fino a pubblicare il disco nel formato proposto. Non solo: gli offrì il contratto discografico più ricco della storia fino a quel momento (37 milioni di dollari più il pieno controllo artistico!) che Wonder avrebbe dovuto onorare con sette album per i successivi sette anni.
sitkol_me2
Le session furono tutte gestite da Stevie Wonder che, in linea di massima, si occupò di suonare la maggior parte degli strumenti, coinvolgendo, però, un numero stratosferico di session-men. Un totale di 130 persone hanno contribuito alla registrazione sebbene la preminenza di Wonder sia percettibile in ogni passaggio. Tra tutti, ci sono nomi a dir poco altisonanti e basta citare Herbie Hancock (piano su As), George Benson (chitarra su Another Star) e Minnie Riperton (voci su Ordinary Pain) per avere un’idea della qualità dei musicisti coinvolti. Tra essi anche il giovane chitarrista Michael Sembello, che qualche anno più tardi avrebbe scalato le classifiche con una One-Shot come Maniac (presente sulla colonna sonora del film Flashdance), che, oltre ad aver suonato quasi tutte le chitarre dell’album, risulta come co-autore della canzone Saturn.
Molti pezzi hanno temi sociali e molti di essi sono scritti in collaborazione con autori diversi. Per esempio Village Getto Land e Black Man, oltre a quella di Stevie Wonder, portano la firma di Gary Byrd, Pastime Paradise è co-firmata da Ronald Simmons mentre Have a Talk With God nasce da una collaborazione con Calvin Hardaway.

Sebbene fosse evidente già nel 1976 di essere al cospetto di una pietra miliare, sarà la storia a convincerci definitivamente.
Molti musicisti hanno messo Songs in The Key of Life tra le loro principali influenze. Per esempio, Elton John ha dichiarato di portare sempre con sé una copia dell’album perché “(…) è il miglior disco mai realizzato, e resto sempre a bocca aperta quando lo ascolto”. La stessa cosa la dissero anche Mariah Carey, Withney Huston, Michael Jackson e George Michael il quale, nel 1999, registrò una sua personale (ma piuttosto pedissequa) versione di As in duetto con Mary J.Blidge. Molti sono anche i campioni che, tratti da pezzi di Songs in The Key of Life, sono serviti a costruire successi R&B. Il più famoso di tutti è quello di Pastime Paradise (dichiaratamente ispirata dal Preludio #2 in Do Minore BWV 847 di J.S.Bach) che servì a Coolio per realizzare la sua Gangsta Paradise, senza dimenticare che l’artista Najee nel 1995 ha realizzato una rilettura smooth-jazz dell’intero album.

   
Dal disco vennero estratti quattro singoli: I Wish (dicembre 1976), Sir Duke (dedicata al maestro Duke Ellington, Marzo 1977), Another Star (Agosto 1977) e As (Ottobre 1977) che contribuirono a farlo diventare uno dei maggiori successi del 1977. In Italia venne supportato da un brano che pur non essendo mai uscito a 45 giri, finì col diventarne uno dei preferiti dagli ascoltatori delle prime radio private (Radio Libere, come si chiamavano all’epoca) italiane. Si tratta di Isn’t She Lovely, la canzone che Stevie Wonder scrisse per la figlia Aisha, nata nel 1975, e che si apre col suono del pianto di un neonato e si chiude con una registrazione domestica di Aisha che gioca con papà.

Personalmente Songs in The Key of Life è uno dei dischi cardine sia della mia collezione che della mia formazione. L’ho comperato nel 1977 e poi perso a qualche festina giovanile. Lo ricomprai nel 1991, a Parigi, dove in un negozio di dischi ne ritrovai una copia (nuova) quando ormai avevo dato per scontato il fatto di non poterlo più riavere (Nonostante la sua grandezza, dopo che la Motown fu rilevata dalla Universal, SiTKoL, assieme a molti altri dischi storici, uscì di catalogo per rientrarci un paio di anni più tardi, quando il CD prese definitivamente piede).
E’ il disco che metto a suonare ogni volta che qualcosa non va, quando ho bisogno di conforto e rassicurazioni e quando mi serve una musica per far pace con il mondo.