riley_rainbow2Etichetta: CBS
Tracce: 2 – Durata: 40:25
Genere: Minimal
Sito: http://terryriley.net 
Voto: 8/10

L’uscita della nuova versione rimasterizzata di un classico come A Rainbow in Curved Air mi ha messo nell’indecisione riguardo il tipo di post da scrivere, se inserirlo nella rubrica Fard Rock Classic oppure se farne un post legato alle uscite di quest’anno.
Ho scelto la seconda opzione per due ragioni. La prima è proprio l’occasione della nuova edizione rimasterizzata, la seconda perché il capolavoro di Terry Riley è fondamentalmente un disco attualissimo, al quale molti artisti di oggi si sono ispirati per realizzare parecchia della musica elettronica di nuova generazione.
Padre indiscusso del minimalismo, Riley realizzò Rainbow in due anni di lavoro, tra il 1967 e il 1969 conducendo una lavorazione che tenesse conto dell’operazione fatta due anni prima con l’opera In C, ma senza convocare l’orchestra come in quell’occasione e realizzando tutto in totale solitudine con un raffinatissimo lavoro di sovraincisione davvero pioneristico per l’epoca. 
Il disco è suddiviso in due lunghe suite (A Rainbow in Curved AirPoppy Nogood And The Phantom Band) generate in larga parte sull’improvvisazione, basata sulla scala modale, su pattern di natura semi aleatoria che cambiano in maniera lenta e quasi impercettibile. L’uscita nel periodo di grande fulgore della cosiddetta musica cosmica, contribuì a rendere Riley molto popolare anche tra il pubblico della musica Pop che fece diventare A Rainbow in Curved Air un album da Top 10.
Il brano della prima facciata, che da il titolo all’album, è una composizione ispirata vagamente dalla musica folkloristica indiana ed è caratterizzato ritmicamente da un darabouka. La linea melodica, invece, ripete costantemente un motivo di quattordici note ottenute da diversi strumenti a tastiera. Il brano del lato B,  Poppy Nogood And The Phantom Band, ha un arrangiamento più statico e lo strumento principale è un sassofono soprano che Riley ha suonato dichiarando di ispirarsi alla tecnica di John Coltrane, che considerava uno dei suoi maestri. La cosa che oggi fa sorridere è sentire Riley suonare il sax producendo un anello melodico che sembra interrotto per adattarsi alla struttura ritmica, allo stesso modo in cui siamo oggi abituati a sentire i sample dei campionatori elettronici.
Il metodo di realizzazione e di stratificazione utilizzato, nella metà degli anni ’60 era certamente molto sperimentale. Già solo cinque anni più tardi Mike Oldfield (che ha sempre dichiarato di dover molto al disco di Terry Riley) avrebbe potuto realizzare un’opera in solitaria basata sulle sovraincisioni in maniera molto più agile grazie alle tecnologie avanzate dei registratori multitraccia. Negli anni ’60, invece, le “piste” a disposizione erano molte meno e, generalmente, per aggiungerne di nuove si usava la tecnica della riduzione, vale a dire usare un secondo registratore nel quale miscelare le tracce (in genere due) del primo per ottenerne una nuova disponibile. Questo, naturalmente, comportava un accumulo di fruscio dovuto al trascinamento del nastro sulle testine e servivano molti processi finali di compressione e bilanciamento per ottenere un suono che fosse il più pulito possibile. Con presupposti di questo genere è facile immaginare il motivo per cui questo album abbia mantenuto inalterata dopo quasi cinquant’anni la sua forma iniziale, considerando anche le derive di certa minimal-electro dei nostri giorni che paga costantemente un dovuto tributo a quest’opera.
Riascoltarla oggi, in particolare nella nuova edizione a cui una nuova masterizzazione ha donato una speciale brillantezza , appare ancora modernissima e capace di evocare scenari di libertà espressiva come quelli del movimento Hippy (nel quale si trovò alla sua nascita) ma anche di rigore formale, vicini alla realtà dei nostri giorni, contaminata da veleni e spigolosità che minacciano l’uomo e l’essenza stessa del nostro pianeta.